L’autarchia dei cantieri navali e la cecità dell’Europa / COMMENTO

L'Europa si dimostra cieca di fronte a quello che accade nel mondo dei cantieri navali, tutta focalizzata a evitare che non si superi la riga degli aiuti di Stato

Il cantiere navale Thyssenkrupp Marine Systems

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:20

L’India ha messo sul piatto 5 miliardi di dollari: serviranno per realizzare il grande piano che trasformerà il Paese in un enorme hub di costruzione e riparazione navale per arrivare in cima alla classifica delle prime cinque potenze navalmeccaniche del mondo. Poi il Giappone: altri 7 miliardi di fondi per far nascere un campione nazionale, con Imabari al centro, così da competere con i vicini, ma “alleati”, della Corea del Sud. E soprattutto con la Cina. Infine Pechino: il via libera alla fusione tra Cssc e Csic è l’ultimo tassello di una strategia di consolidamento che darà vita al mostro della navalmeccanica, un colosso in grado di realizzare qualsiasi tipo di unità, comprese le navi da crociera. Ed è nota la posizione, per ora più politica che industriale, degli Stati Uniti, decisi a ricreare la flotta commerciale made in Usa a suon di tariffe e penalizzazioni per le navi straniere. Ecco, manca un attore: l’Europa. Cieca di fronte a quello che accade nel mondo dei cantieri navali, tutta focalizzata a evitare che non si superi la riga degli aiuti di Stato. Come se le decine o addirittura le centinaia di milioni che servirebbero per poter allargare il settore della navalmeccanica potessero essere seriamente messe a confronto con i miliardi che in Asia vogliono spendere per politiche industriali a sostegno del settore. Ad essere generosi è un problema di prospettiva, a cui, per ora, sopperiscono i singoli gruppi industriali europei e qualche volta i governi nazionali.

Tanto per dare un’idea: Fincantieri ha un carico di lavoro di oltre 57 miliardi di euro, distribuito fino al 2036. Nei primi tre mesi del 2025 ha acquisito nuovi ordini per 11,7 miliardi di euro. Nel portafoglio ordini ci sono 102 unità e l’attività di costruzione vale il 72% dei ricavi. In Italia l’indotto è di 22 miliardi e dà lavoro direttamente a più di 11 mila persone che arrivano a 56 mila con la filiera. Questa lista non è uno spot per il gruppo guidato da Pierroberto Folgiero. È piuttosto un elenco degli asset che potrebbero finire a rischio senza una strategia europea sulla navalmeccanica. Al nostro continente per fortuna non serve un consolidamento, ma una regia che si doti di obiettivi e mezzi. Perché il mondo si sta muovendo a grande velocità, mentre noi riteniamo ancora che se uno Stato sostiene i cantieri nazionali per il rinnovo in chiave green dei traghetti, questo rappresenti un grave danno per la concorrenza. Bisognerebbe spiegarlo a Cina, Giappone e India.