Iran e Oman sono vicini a un accordo per gestire il traffico nello Stretto di Hormuz, ma non si tratterebbe della riapertura completa di una delle principali vie marittime del mondo. L’ipotesi sul tavolo è un sistema temporaneo, della durata di circa due-quattro mesi, con rotte prestabilite, controlli iraniani e un possibile pagamento per il passaggio delle navi. Teheran vorrebbe inoltre escludere le navi considerate legate agli Stati Uniti o a Israele.
La questione è particolarmente delicata perché da Hormuz transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzato a livello globale. Un accordo che permettesse alle navi di tornare a passare con una certa regolarità ridurrebbe le tensioni sui mercati energetici, ma introdurrebbe al tempo stesso un nuovo livello di incertezza per armatori, assicurazioni e società che commerciano petrolio.
Il punto più controverso riguarda il pagamento richiesto dall’Iran. Teheran lo descrive come un pedaggio o un servizio per la sicurezza e la gestione del traffico, mentre gli Stati Uniti contestano la possibilità stessa che l’Iran possa imporre un pagamento o un’autorizzazione per attraversare lo stretto. Anche l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) ha espresso preoccupazione, sostenendo che un sistema di questo tipo potrebbe creare un precedente problematico per il diritto internazionale della navigazione.
C’è poi un problema politico. L’intesa sarebbe negoziata direttamente tra Iran e Oman, mentre gli Stati Uniti non ne fanno parte. Per Teheran, però, la normalizzazione completa dei traffici dipenderebbe anche dalla fine del blocco navale statunitense e dallo scongelamento di alcuni beni iraniani. Un accordo tra i due paesi del Golfo potrebbe quindi non essere sufficiente a garantire una riapertura stabile.
Anche stabilire quali navi possano passare sarebbe complicato. La proprietà di una nave può coinvolgere società registrate in paesi diversi, mentre armatori, noleggiatori, assicuratori ed equipaggi possono avere nazionalità differenti. Per questo una semplice distinzione tra navi «amiche» e «ostili» rischierebbe di trasformarsi in un complesso sistema di verifiche prima di ogni transito.
Per le compagnie di navigazione il problema sarebbe soprattutto economico. Secondo le stime riportate dal settore, un’enorme petroliera che trasporta circa due milioni di barili potrebbe arrivare a pagare diversi milioni di dollari per un viaggio attraverso lo stretto. A quel costo andrebbero aggiunti i premi assicurativi per il rischio di guerra, destinati a rimanere elevati anche in presenza di un corridoio operativo.
Gli armatori dovrebbero quindi confrontare continuamente due alternative: pagare per attraversare Hormuz, assumendosi anche i rischi politici e finanziari, oppure circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, con un viaggio che può richiedere circa dieci-quattordici giorni in più. Il punto di convenienza cambierebbe rapidamente in base al prezzo del petrolio, alle assicurazioni e alle notizie provenienti dalla regione.
La soluzione più probabile, secondo molti analisti del settore, è un’apertura parziale e fragile, con un ritorno progressivo delle navi non legate ai paesi occidentali. Ma resta concreto anche il rischio che i negoziati falliscano e che il traffico torni a ridursi drasticamente. In questo scenario Hormuz non sarebbe semplicemente uno stretto riaperto o chiuso: diventerebbe una frontiera commerciale regolata da permessi, controlli e costi diversi a seconda della nave. Un cambiamento che potrebbe rendere più costoso e più incerto il trasporto dell’energia mondiale anche dopo la fine della crisi.