Musso: “Il porto di Genova ha anticipato l’attuale crisi della democrazia. Vi spiego perché”

L'appuntamento è per questa sera, mercoledì 30 settembre alle 18.00 al Cinema Sivori di Genova, dove l'imprenditore presenterà la sua ultima fatica letteraria, il libro di teoria politica “Democrazia possibile e necessaria”

Ultimo aggiornamento 29 settembre 2026 - 21:17

Genova – “Mi raccomando, qui non stiamo parlando di apicoltura o del sesso degli angeli. Questa è politica, lo faccia capire!”. Come sempre, Bruno Musso non rinuncia a essere un pensatore critico, se non proprio scomodo. E la fa presentando questa sera, mercoledì 30 settembre alle 18.00, al Cinema Sivori di Genova, la sua ultima fatica letteraria, “Democrazia possibile e necessaria”.

Scritto e riscritto, confessa Musso, nei periodi di ferie degli ultimi sei anni, il libro illustra un’articolata teoria politica che muove da fatti molto concreti: “Penso – spiega l’imprenditore, presidente del gruppo armatoriale e logistico Grendi – che in un qualche modo i fatti accaduti decenni fa nel porto di Genova abbiano anticipato quello che sta succedendo oggi a livello globale”.  Nel 1992 una rivolta dei lavoratori portuali nello scalo del capoluogo ligure bloccò le operazioni di sbarco della “Vento di Levante”, unità della compagnia guidata da Musso, primo tentativo in Italia di un’operazione in banchina condotta secondo le regole del terminalismo privato.

La vertenza si inseriva nel contesto, peraltro tutt’ora dibattuto, del progressivo avanzamento tecnologico all’interno dei porti, che come nelle fabbriche ha comportato nel tempo una riduzione della forza lavoro in banchina. Un processo che oggi, con la digitalizzazione e l’avvento dell’Intelligenza artificiale, si sta diffondendo ben oltre i confini dell’industria, mettendo in discussione il lavoro e l’attività di un numero altissimo di persone.

E allora come oggi – è il ragionamento di Musso – questa crisi del lavoro diventa una crisi di democrazia. “Il porto nel suo piccolo ha anticipato un fenomeno globale – spiega l’imprenditore -. A differenza del passaggio tra Medioevo ed età moderna, e tra età moderna ed età industriale, il progresso tecnologico negli ultimi 50 anni non ha portato alle democrazie vantaggi collettivi, al contrario ne ha progressivamente ridotto diritti e libertà”.

La risposta, per Musso, non è però la decrescita felice. Anzi: “Oggi l’85% della popolazione mondiale vive al di sotto di qualsiasi livello di reddito, benessere e diritti. Questo in un contesto dove un lavoratore oggi, grazie alla tecnologia, può produrre come 10 persone nel passato. Il risultato è che se la produzione rimane costante, allora teoricamente il 90% della popolazione oggi dovrebbe essere disoccupata. La realtà è ovviamente diversa: abbiamo un 20-30% di persone impegnate in lavori altamente tecnologici con reddito, stabilità e conoscenza. E una parte restante che se disoccupata non è, rimane comunque impegnata in lavori o poco interessanti, o saltuari, o poco pagati, o tutte e tre le cose insieme”.

In questo contesto, le dittature hanno gioco facile a mantenere il consenso con coperture sociali e finti lavori. Un’attività che diventa molto più complessa per democrazie che in questa fase storica risultano quindi deboli e perdenti. Non per questo si sta meglio dove si sta peggio, perché le dittature hanno una scadenza, e al loro termine si apre l’inevitabile guerra tra bande, a spese – testimone la storia – in primis del popolo e dei più deboli.

Questo, spiega Musso, dipende dal capitalismo: “Per un secolo, questo è stato la linea di divisione tra la destra e la sinistra. Ma il capitalismo andrebbe invece interpretato come uno strumento tecnico al servizio del potere politico. Pilastro del successo delle democrazie nei primi 30 anni dopo la seconda guerra mondiale – che è anche stato l’unico, a mio avviso, dove le democrazie abbiano funzionato in maniera realmente efficiente – il capitalismo ha cominciato a mostrare la corda alla fine del secolo scorso, da quando cioè non ha più potuto operare, per i suoi limiti intrinseci, su quella che col tempo è diventata la parte strategica e maggioritaria della produzione, quel 70% del totale sostenuto da una domanda di istruzione, sanità, servizi al territorio, infrastrutture. Ossia tutto quello che tradizionalmente richiede il controllo o l’intervento del settore pubblico”.

Di fronte a questa crisi di capitalismo e democrazia, Musso propone un vero e proprio nuovo modello organizzativo, che origina dalla separazione delle funzioni politiche (preservando le istituzioni attuali, ma escludendole dalla gestione economica) da quelle appunto economiche, che invece dovrebbero essere gestite da una nuova organizzazione bottom up in grado di gestire la domanda collettiva, non entrando nella fase della produzione, ma essendo in grado di ottimizzarla sulla base del nuovo progresso tecnologico.

Appuntamento quindi questa sera al Sivori per conoscere nei dettagli il modello Musso.