C’è una piaga dell’economia globale di cui si parla poco e che danneggia l’ambiente, i diritti umani e arriva a influenzare ciò che mettiamo nei nostri piatti: si tratta della pesca illegale, una pratica dannosa che è incredibilmente difficile da estirpare, nonostante l’impegno dell’International Maritime Organization per stroncare il fenomeno.
Uno studio dell’Università della British Columbia guidato dal professor Philippe Le Billon, esperto di economia di guerra già al servizio delle Nazioni Uniti, evidenzia invece che il volume di affari della cattura illecita di pesci, molluschi e crostacei è in crescita e talvolta è ben integrata nella pesca legale, causando danni diretti o indiretti che colpiscono per i due terzi aree come l’Africa Occidentale e il Sud-Est asiatico, regioni dove è difficile sanzionare l’illegalità e dove la pesca costituisce una parte centrale dell’economia locale.
Quello che emerge dall’articolo, però, è che questo pescato con metodi irregolari finisce sulle tavole dei paesi più ricchi in Europa, Asia orientale e Nord America. Uno dei motivi, si legge nei paragrafi finali scritti da Rashid Sumaila, docente di economia della pesca, è nei sussidi alla pesca che danno i paesi in questione che forniscono indirettamente l’input che rende profittevole la raccolta illegale.
Qualche dato per illustrare il problema: la percentuale di pesca illegale sul totale è stimata dall’8 al 15% per un volume d’affari che si colloca tra i 6,2 e i 12,2 miliardi di dollari. E per la quasi totalità sono pescherecci industriali ad agire in questo modo: una forchetta che va dall’82 al 93% dell’intera flotta mondiale.
I danni sono di varia natura: in primis c’è la sovrapesca che in paesi come Senegal e Gambia mette a rischio non solo l’ambiente marino ma anche la sicurezza alimentare delle comunità costiere che usano molto il pesce nella dieta quotidiana. Può succedere anche in modo preterintenzionale: qualora venga sovrastimata la quantità dei banchi disponibili proprio perché la cattura illegale ha reso le stime iniziali scorrette.
Ci sono anche danni dovuti alla pesca in zone dove i controlli sono nulli e riguardano le navi che battono bandiere di paesi di comodo e che non rispettano gli standard di sicurezza sul lavoro né quelli riguardanti la navigazione vera e propria. In certi casi si registrano episodi di violenza: i pescherecci grandi che minacciano i velieri più piccoli urtandoli con lo scafo, bersagliandoli con sassaiole e talvolta persino con proiettili.
Una stima parla di circa 250 morti tra i pescatori artigianali nei mari dell’Africa occidentale. Anche perché a volte i funzionari di molti paesi preposti al controllo sono bersaglio sia di offerte di corruzione in denaro sia di minacce velate o dirette da parte dei comandanti dei pescherecci. Fenomeno che a volte si può intersecare con la pirateria, come al largo delle coste della Nigeria e della Somalia, a volte nato come forma di autodifesa delle comunità di piccoli pescatori contro la concorrenza dei big.
Infine, c’è l’intersezione con i fenomeni criminali più evidenti come il traffico di armi, di droga e le organizzazioni che favoriscono l’immigrazione clandestina. Qui l’intreccio si muove su due livelli principali.
Possono essere le organizzazioni criminali a possedere navi che entrano nel mercato legale come mezzo per riciclare i proventi illeciti oppure cercano di comprare imbarcazioni (se non di rubare o dirottarle) per trasformarle in trasporti di droga o di clandestini e questo avviene principalmente in Colombia. Nello studio emerge la preferenza dei trafficanti per i pescherecci con tutte le carte in regola, non coinvolti in attività di sovrapesca proprio per evitare controlli inaspettati che farebbero saltare questa copertura.
A quel punto ci si chiede: che cosa si può fare? La tecnologia serve, ma da sola non basta. Tracciamento via satellite, uso dell’intelligenza artificiale e sistemi di monitoraggio elettronico da soli non bastano, anche se hanno aiutato molto nell’individuare attività sospette. Il problema è che i controlli sono troppo pochi, le multe sono basse e non costituiscono un deterrente sufficiente e soprattutto la volontà politica di molti paesi è carente.
È grazie a questa indifferenza che il pesce passa dal mercato illegale alle nostre tavole: uno degli accordi più importanti in questo senso è quello firmato a Città del Capo sotto l’egida dell’International Maritime Organization l’11 ottobre 2012, che però ha raccolto poche adesioni: hanno firmato 28 stati tra cui molti paesi europei, ma mancano colossi come Russia, Stati Uniti, Cina e India. Quindi l’entrata in vigore dell’accordo nel febbraio 2027 potrebbe non essere rilevante.
Non tutto è vano però: un altro trattato, quello definito “Accordo sulle misure dello Stato di approdo”, varato nel 2009 sotto la mediazione della Fao per sradicare il fenomeno della pesca illegale. Anche se ci sono ancora dei problemi (tra i 54 firmatari iniziali, non lo hanno ancora ratificato Angola, Benin, Brasile, Samoa e Sierra Leone), il 16 aprile 2025 ha aderito la Repubblica Popolare cinese e gli Stati Uniti c’erano sin dall’inizio, segno che anche le superpotenze, se vogliono, possono affrontare seriamente il problema.