Il ritorno del greggio sopra i 100 dollari al barile sta di nuovo scuotendo i mercati emergenti. In settembre gli investitori esteri hanno ritirato dall’India 3,2 miliardi di dollari (2,1 di azioni e 1,1 di titoli di Stato), il ritmo di uscite più intenso da marzo, quando l’apertura del fronte iraniano e la stretta sulle forniture asiatiche avevano già provocato un esodo di capitali.
Dopo quel trauma, tra aprile e luglio i flussi erano tornati positivi, con un record a giugno coinciso con la riapertura dello Stretto di Hormuz e il temporaneo calo dei prezzi. Ma il riaccendersi delle ostilità in Medio Oriente e l’assenza di un percorso credibile di de-escalation hanno riportato il Brent a 103 dollari e il WTI vicino ai 90. Il risultato è immediato: pressione sulla rupia, tra le valute asiatiche più deboli del terzo trimestre, rincaro dell’inflazione importata e rialzo dei rendimenti globali che rende meno attraenti gli asset indiani.
«Il petrolio sarà il fattore decisivo per capire se l’India vedrà nuove uscite di capitali», ha detto a Bloomberg Gautam Chhaochharia di UBS. Secondo la banca, i prezzi elevati limiteranno qualsiasi recupero significativo delle Borse indiane nelle prossime settimane. Non è un problema solo finanziario. L’India importa oltre l’80% del grezzo che consuma e ha già aumentato gli acquisti dal Golfo riducendo quelli dalla Russia. Ogni dollaro in più sul barile pesa sul deficit commerciale, sulla bilancia dei pagamenti e sulla capacità di New Delhi di finanziare infrastrutture e transizione energetica senza ricorrere a un indebitamento più costoso.
Il nesso tra instabilità del Golfo e vulnerabilità indiana è ormai strutturale. Lo Stretto di Hormuz resta il collo di bottiglia critico: anche se il traffico non è interrotto, l’incertezza sui flussi e il rincaro dei noli assicurativi bastano a tenere i mercati in tensione. Le stime divergenti di JP Morgan e Goldman Sachs sulla capacità effettiva di esportazione attraverso lo stretto alimentano la volatilità. Nel frattempo le scorte di distillati occidentali scendono e i prezzi dei carburanti americani toccano nuovi record, segno che la stretta si sta trasferendo a valle.
Per gli osservatori internazionali il punto non è solo il prezzo del barile, ma la riorganizzazione delle rotte e delle dipendenze. L’India, potenza emergente che ambisce a un ruolo di pivot euroasiatico, scopre ancora una volta quanto sia fragile la sua autonomia energetica quando il Medio Oriente torna in fiamme. I 3,2 miliardi di uscite di settembre sono il segnale che i mercati hanno già iniziato a prezzare questa fragilità.