La crisi di Hormuz e la rinascita del petrolio americano (che non potrà durare a lungo)

La dinamica ricorda da vicino quanto accaduto nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, quando l’Europa fu costretta a legarsi a doppio filo al gas naturale liquefatto americano

Donald Trump Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Ultimo aggiornamento 28 aprile 2026 - 19:10

Il blocco dello stretto di Hormuz, conseguenza diretta del conflitto in corso in Iran, sta provocando un terremoto nei flussi energetici mondiali, spingendo molti acquirenti asiatici ed europei a cercare rifugio nel mercato statunitense. Secondo i dati più recenti del Dipartimento dell’Energia, dal 28 febbraio le esportazioni americane di petrolio greggio e prodotti raffinati sono aumentate del 17%, toccando la cifra record di quasi 13 milioni di barili al giorno. Si tratta di un volume imponente, che supera quello di qualsiasi altro produttore globale, consolidando una tendenza di crescita iniziata già nel 2022 ma ora accelerata drasticamente dalla guerra. La chiusura del passaggio di Hormuz ha rimosso dal mercato circa 20 milioni di barili al giorno e, con le raffinerie del Golfo Persico sostanzialmente ferme, le petroliere che un tempo facevano rotta verso il Medio Oriente vengono ora dirottate verso le coste degli Stati Uniti.

Gli esperti avvertono che la capacità americana di colmare il vuoto lasciato dal conflitto non è illimitata. Sebbene teoricamente gli Stati Uniti potrebbero arrivare a esportare fino a 6,5 milioni di barili di greggio al giorno, i vincoli logistici e infrastrutturali rendono più probabile una stabilizzazione intorno ai 5,5 milioni. Questo surplus di 1 o 2 milioni di barili rispetto alla media degli scorsi anni riuscirebbe a coprire soltanto una frazione, stimata tra il 5% e il 10%, della produzione venuta a mancare nel Golfo Persico. Nonostante questa impossibilità di sostituzione totale, il riorientamento del mercato è evidente: nel solo mese di aprile, oltre un terzo del carburante per aerei consumato in Europa proviene da raffinerie statunitensi, una quota raddoppiata rispetto ai livelli di gennaio.

Questa dinamica ricorda da vicino quanto accaduto nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, quando l’Europa fu costretta a legarsi a doppio filo al gas naturale liquefatto americano per sostituire le forniture di Mosca. Oggi si osserva un fenomeno analogo per il petrolio, con l’instabilità bellica che spinge nuovi importatori a siglare contratti pluriennali con le aziende statunitensi, trasformando una necessità temporanea in una dipendenza strutturale. A pesare sul futuro di questo nuovo assetto sono però i costi del trasporto marittimo: il noleggio di una super-petroliera sulla rotta tra il Golfo del Messico e la Cina è salito a oltre 16 milioni di dollari, con un incremento del 20% dall’inizio dell’anno.

L’impatto di questa crisi ridisegna la mappa del potere geopolitico, ponendo Washington in una posizione di arbitro del mercato globale. Le raffinerie asiatiche, storicamente legate al greggio medio-orientale, stanno investendo in modifiche tecniche per processare le varietà americane, segno che questo cambiamento non è considerato passeggero. La durata e l’entità di questa supremazia energetica sono legate all’evoluzione del fronte iraniano e alla capacità dei porti e della flotta mercantile globale di sostenere ritmi di carico senza precedenti. Il settore attende di capire se l’attuale rete di oleodotti e terminal possa reggere un tale stress operativo nel lungo periodo o se la carenza di navi cisterna finirà per imporre un limite fisico insuperabile alla crescita delle esportazioni.