I livelli record raggiunti dal Danubio a causa della siccità hanno costretto la Romania ad avviare il processo di disconnessione dalla rete dell’unico reattore nucleare ancora operativo della centrale di Cernavoda. Lo ha annunciato Nuclearelectrica, la società statale che gestisce i due reattori da 706 megawatt ciascuno, i quali insieme coprono circa un quinto della produzione elettrica nazionale. Il calo del fiume aveva già imposto alla società lo spegnimento di uno dei due reattori alla fine di luglio.
Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza energetica per tutto agosto e ha chiesto a imprese e famiglie di ridurre volontariamente i consumi nelle ore serali di picco. Per compensare la minore disponibilità di energia nucleare, il ministero dell’Energia ha riattivato una centrale a lignite da 330 megawatt e punta su una maggiore produzione eolica e sull’energia idroelettrica disponibile grazie alle riserve negli invasi. Le temperature leggermente più basse dovrebbero inoltre contribuire a contenere la domanda. La rete elettrica nazionale dispone di una capacità di interconnessione transfrontaliera di circa 4.000 megawatt, che consente di aumentare le importazioni. Il governo ha inoltre predisposto un sistema per interrompere gradualmente e con preavviso la fornitura alle utenze industriali qualora la situazione dovesse peggiorare. Nelle settimane scorse erano stati tentati interventi eccezionali per mantenere operativo il reattore, tra cui il brillamento di un ostacolo roccioso, il dragaggio dell’alveo e l’affondamento di chiatte cariche di pietre per deviare il flusso del Danubio verso la centrale.
Lo stop del reattore rischia di avere ripercussioni anche sulla vicina Moldova, che in precedenza aveva coperto con energia importata dalla Romania fino al 60% del proprio deficit. Chisinau potrebbe ora dover ricorrere a maggiori acquisti dall’Ucraina, se disponibili, a forniture più costose dai Paesi occidentali o a interruzioni programmate dell’elettricità.