L’asse Mosca-Pechino e la frenata che inquieta la Russia / ANALISI

Da gennaio a luglio 2025 il flusso commerciale fra Cina e Russia è calato dell’8,1 per cento su base annua

Xi Jinping e Vladimir Putin

Ultimo aggiornamento 30 agosto 2025 - 13:12

Russia-Cina, il cambio di passo sulle sponde dell’Eurasia inizia dai numeri. Dopo aver raggiunto nel 2024 un livello record di scambi bilaterali pari a 245 miliardi di dollari, complice la spirale sanzionatoria occidentale che ha isolato Mosca e rilanciato Pechino come principale partner, oggi il volume sembra perdere slancio. Da gennaio a luglio 2025 il flusso commerciale è calato dell’8,1 per cento su base annua, secondo i dati doganali cinesi riportati da Reuters.

In prospettiva del vertice tra Vladimir Putin e Xi Jinping, che si svolge a fine agosto a Tianjin sotto l’egida dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la leadership russa avverte già il suono degli allarmi. “I numeri attuali non sono soddisfacenti”, ha ammesso una fonte vicina ai preparativi, sottolineando l’urgenza di riattivare le dinamiche commerciali.

La frenata negli scambi tra le due superpotenze – soprattutto nell’export russo di petrolio verso la Cina e nell’import cinese di veicoli verso la Russia – riflette non solo una fisiologica correzione dopo i record del passato, ma segnala anche una fragilità crescente. Putin arriva a Pechino nella consapevolezza che ogni cifra peserà sul giudizio politico del vertice.

Pechino, intanto, ha preparato il terreno puntando sull’ottica della solidità globale. Il summit della SCO, dal 31 agosto al primo settembre, sarà inaugurato con una parata militare, una scenografia pensata per mostrare un blocco compatto del Global South capace di presentarsi come alternativa all’ordine occidentale. Accanto a Putin ci sarà Narendra Modi, alla sua prima visita in Cina dopo sette anni, e Xi Jinping accoglierà oltre venti capi di governo.

La dinamica che emerge è duplice: da un lato la fragilità strutturale dei numeri, dall’altro il tentativo di mostrarsi più forti e coesi. L’8,1 per cento non è una parentesi: è un monito per due regimi che hanno fatto del commercio una leva strategica. Mosca e Pechino cercano di reagire esplorando nuovi modelli di scambio, infrastrutture comuni, sistemi di pagamento alternativi, con lo yuan che negli ultimi due anni è arrivato a coprire circa un terzo delle transazioni valutarie russe. Resta da capire se questo basterà a riaccendere un motore che sembra girare a vuoto.

Il contesto geopolitico alza la posta. L’Occidente spinge sul contenimento mentre SCO, RIC e altri consessi alternativi sono chiamati a dare segnali di vitalità. La SCO, fondata nel 2001 e allargata fino a contare India, Pakistan e Iran, è oggi la più vasta organizzazione regionale asiatica, nata con funzioni di sicurezza ma divenuta un laboratorio per cooperazione economica ed energetica. Il RIC, acronimo che indica il triangolo Russia-India-Cina, è un formato diplomatico più informale, evocato a Mosca come contraltare al G7, anche se indebolito da diffidenze reciproche e contenziosi territoriali. Modi rappresenta un tassello chiave, perché l’India mantiene legami economici e strategici con entrambi, ma la triade resta fragile per i conflitti irrisolti, a partire dalle tensioni lungo la frontiera sino-indiana.

Il declino degli scambi certificato dai numeri stride con la narrativa ufficiale di rilancio e solidarietà. Putin arriva in Cina con l’obiettivo di trasformare la flessione in slancio diplomatico, sfruttando la ribalta di uno SCO che si presenta in piena spinta. I dati dicono che il banco economico traballa; il vertice prova a convertirlo in palcoscenico politico.