L’incontro dello scorso 15 agosto tra Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin ha ottenuto poco dal punto di vista della guerra in Ucraina. La pace-lampo che Trump avrebbe voluto ottenere poco dopo l’ inaugurazione del suo mandato ancora è lontana, ma qualcosa si muove dal punto di vista economico. E ciò avviene da diverso tempo, con risultati che riguardano non solo gli scambi commerciali, ma anche le rotte marittime.
Partiamo dai freddi dati raccolti dallo U.S. Bureau of Economic Analysis che ci dicono che, ancora nel 2024, quindi durante l’amministrazione di Joe Biden, l’America ha importato da Mosca circa 3 miliardi di dollari di materie prime. Nonostante che il commercio tra i due colossi sia calato del 90% dopo lo scoppio del conflitto, sta riprendendo anche senza scomodare le rappresentanze diplomatiche. Andando ad analizzare le diverse voci, vediamo che lo scorso anno gli Stati Uniti hanno comprato fertilizzanti per 927 milioni di dollari, mentre quest’anno a fine giugno ne è stata acquistata una quantità superiore al miliardo. La ragione è che la Russia è quasi monopolista sia dell’urea agricola che della potassa, due composti chimici fondamentali per l’agricoltura odierna.
Un altro elemento chiave per l’industria automobilistica americana invece è il palladio: nel 2024 la Russia ne ha venduto circa 878 milioni di dollari, mentre nei primi sei mesi del 2025 gli Stati Uniti ne hanno importato una quantità pari a 594 milioni di dollari. Ma è con l’uranio e il plutonio che si è visto il cambio di passo: 624 milioni di dollari di acquisti l’anno passato, 755 nei primi sei mesi di questo. Sin da inizio anno poi l’impegno della nuova amministrazione americana per rinnovare la sicurezza nelle rotte marittime. Lo scorso 25 marzo c’è stato un primo sensibile successo con la firma di un accordo sulla sicurezza della rotta del Mar Nero successiva alle trattative separate di Washington con Kiev e Mosca avvenute a Riad, in Arabia Saudita.
Da un lato l’Ucraina ottiene di poter esportare grano liberamente, dall’altra invece la Russia ha nuovamente un canale aperto per i già citati fertilizzanti. Un’altra parte dell’accordo, quella sullo stop agli attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche, è rimasto lettera morta.
Cosa aspettarsi invece dalle rotte che percorrono l’Artico? Prima di Donald Trump, di fatto la policy in proposito era quella derivante dal discorso del leader sovietico Mikhail Gorbaciov fatto a Murmansk nel 1987 sull’area polare quale “Regione di Pace”, sottratta alle rivalità geopolitiche. Traccia sulla quale è nato nel 1996 il Consiglio Artico, un’organizzazione che serve a conciliare gli interessi di tutti i paesi che si affacciano al Polo. A rompere quest’unità è stato l’allora segretario di Stato Mike Pompeo nel maggio 2019, che si era rifiutato di sottoscrivere una dichiarazione congiunta che indicasse il cambiamento climatico come minaccia. Nei mesi successivi all’accordo di Riad, si pensava che sarebbe stato in dirittura d’arrivo anche un accordo sul Polo Nord, al di là delle dichiarazioni trumpiane sulla Groenlandia.
Non è arrivato e qualora Washington mantenga ancora un postura di chiusura, rischia di far arrivare anche Pechino nell’area, invitata dalla Russia: così almeno sostiene un lungo saggio pubblicato sull’autorevole magazine Foreign Policy ad agosto. La soluzione? Un accordo che mantenga la sostanziale tranquillità delle rotte indicando aree da evitare, sul modello di quanto fatto nello stretto di Bering a partire dal 2018 su impulso dell’International Maritime Organization.
Secondo uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Università dell’Alaska ad Anchorage e dai loro colleghi della Michigan State University, negli ultimi dieci anni Russia e Stati Uniti hanno seguito sempre le rotte indicate e hanno evitato le aree critiche, dove si sarebbero potuti verificare incidenti diplomatici con la controparte. Infine, c’è un tema che è stato sollevato dalla delegazione russa nel recente incontro di Ferragosto: riprendere con la vendita di gas e petrolio.
Uno scoop della Reuters lo ha rivelato: a margine dell’incontro tra i due leader, si è discusso anche di questo, dopo che in precedenza un’altra esclusiva stavolta realizzata dal Wall Street Journal ha rivelato di come ancora prima di agosto si siano svolti colloqui a porte chiuse tra il colosso statunitense Exxon e l’azienda di Stato russa Rosneft per far entrare gli Stati Uniti nel giacimento di Sakhalin 1, che si trova vicino all’isola omonima, non lontano dal Giappone. Sorprendentemente, questi colloqui a porte chiuse sono stati tacitamente accettati anche dall’amministrazione Biden, che ne era informata, almeno secondo la ricostruzione dell’autorevole giornale economico-finanziario.
A gennaio però i colloqui si sono intensificati, con la scusa ufficiale di discutere lo status dei beni confiscati all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, quando Exxon lasciò il paese in fretta e furia. Tra di essi, c’era il 30% della quota del progetto di Sakhalin, che ora potrebbe essere restituita alla multinazionale americana. Dall’altro lato però l’amministrazione Trump continua a fare la faccia dura e a ventilare la necessità di inasprire le sanzioni per chi acquista gas russo. A farne le spese, per il momento, è stata l’India, su cui è stato imposto un dazio universale del 50%. Ma questo Paese risulta fondamentale nel nuovo risiko dello shipping e della cantieristica. Insomma, al di là di qualche apertura timida, i rapporti tra le due potenze restano tesi. Le sorprese maggiori però, come abbiamo visto, vengono dalle rotte marittime, su cui Washington e Mosca hanno dimostrato di saper lavorare bene insieme.