Stati Uniti e Isole Cook, alleanza per l’estrazione mineraria nei fondali

L’arcipelago polinesiano dispone di una delle più grandi riserve conosciute di noduli polimetallici, ricchi di materiali critici come cobalto, nichel e manganese, fondamentali per la transizione energetica globale e la produzione di batterie.

Turisti a Rarotonga (Isole Cook)

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:18

Le Isole Cook e gli Stati Uniti hanno siglato un nuovo accordo per la cooperazione nell’esplorazione e nello sviluppo responsabile delle risorse minerarie dei fondali marini. L’intesa rappresenta una mossa strategica da parte di Washington per rafforzare la propria presenza nel Pacifico e contrastare l’influenza crescente della Cina nella regione. Solo pochi mesi fa, infatti, le Isole Cook avevano annunciato una collaborazione simile con Pechino, centrata sulla ricerca e sul trasferimento tecnologico, ma priva di concessioni dirette per attività estrattive.

L’arcipelago polinesiano dispone di una delle più grandi riserve conosciute di noduli polimetallici, ricchi di materiali critici come cobalto, nichel e manganese, fondamentali per la transizione energetica globale e la produzione di batterie. Le stime parlano di miliardi di tonnellate di questi minerali nei fondali della zona economica esclusiva delle Isole Cook, rendendo il Paese uno snodo chiave nella futura catena di approvvigionamento di tecnologie pulite. Secondo le autorità delle Isole Cook, l’accordo con gli Stati Uniti mira a promuovere lo sviluppo sostenibile del settore, valorizzando le potenzialità economiche del Paese senza trascurare gli aspetti ambientali. Washington, da parte sua, intende sostenere l’esplorazione attraverso il coinvolgimento di imprese e partner tecnologici americani, rafforzando al contempo i legami diplomatici con la regione del Pacifico.

L’iniziativa, tuttavia, non è priva di polemiche. Gruppi ambientalisti locali e internazionali hanno espresso preoccupazione per l’impatto che le attività minerarie potrebbero avere sugli ecosistemi marini profondi, ancora poco conosciuti e altamente vulnerabili. Le proteste della società civile e delle comunità indigene non si sono fatte attendere: molti chiedono una moratoria internazionale fino a quando non saranno disponibili studi scientifici indipendenti e norme più stringenti. A complicare il quadro vi è anche la posizione degli Stati Uniti rispetto alla governance globale dei fondali marini. Washington non ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare e non partecipa quindi alle decisioni dell’International Seabed Authority, l’organismo incaricato di regolamentare le attività minerarie internazionali. Questo solleva interrogativi sulla legittimità e sulla trasparenza delle operazioni americane in un contesto geopolitico sempre più frammentato.

L’accordo tra Usa e Isole Cook segna in ogni caso una svolta significativa nella corsa globale alle risorse del mare profondo. In un momento in cui la domanda di materiali critici è in forte crescita e la competizione tra grandi potenze si fa più serrata, la piccola nazione del Pacifico si trova ora al centro di una partita che unisce interessi economici, strategici e ambientali. Le scelte che verranno prese nei prossimi mesi – anche alla luce della regolamentazione internazionale attesa entro la fine del 2025 – potrebbero definire per decenni il futuro dello sfruttamento minerario dei fondali oceanici.