Un triangolo di “colli di bottiglia” che secondo alcuni analisti può generare “la grande crisi petrolifera” con relativo razionamento del carburante negli Stati Uniti forse è sul punto di sbloccarsi, almeno parzialmente. Al centro c’è l’Arabia Saudita, che da qualche giorno sta subendo dei forti rallentamenti nell’export del greggio.
Da un lato c’è lo Stretto di Hormuz, con il doppio blocco dovuto alle mine piazzate dai Pasdaran e al blocco navale statunitense. Dall’altro c’è il Mar Rosso, dove il problema è doppio: in Yemen ci sono i ribelli Houthi che hanno conquistato tutto il territorio costiero, compreso il porto di Mocha che era l’unico che aveva resistito alla loro avanzata nel 2014-15 e l’isola di Perim, che divide in due lo Stretto di Bab el-Mandeb.
Infine c’è il gasdotto Est-Ovest, che percorre il regno saudita dal porto di Abqayq, sul Golfo Persico, fino a Yanbu, sul Mar Rosso: poco più di milleduecento chilometri di percorso, un’infrastruttura commissionata nel 1981 per evitare le conseguenze della guerra navale tra l’Iran degli Ayatollah e l’Iraq di Saddam Hussein. Dall’11 marzo funziona a piena capacità ed è stato un utile sbocco per far fluire il petrolio, fino allo scorso 10 settembre, quando è stato colpito da un drone lanciato da una milizia sciita basata in Iraq.
La tempesta perfetta, culminata con una carenza che stavolta non ha al centro solo il petrolio, ma le stesse petroliere. E questo ovviamente influisce sul prezzo per il consumatore finale: secondo le stime del Wall Street Journal, circa un quarto del totale.
I costi dei contenitori
Affittarne una oggi, secondo l’agenzia di intelligence marittima Windward, costa più di un milione di dollari al giorno. E i costi non sono alti soltanto per l’operazione più rischiosa, il percorso di andata e ritorno nel Golfo Persico via Hormuz, ma anche per il carico nel porto di Yanbu, che da mesi è il principale scalo saudita per l’export. Aramco, l’agenzia petrolifera statale, ha avvertito i clienti asiatici ed europei sui possibili ritardi e su possibili cancellazioni di spedizioni.
E quindi, dato che qualche settimana fa l’ammiraglio Brad Cooper del Centcom americano aveva annunciato la parziale riapertura dello Stretto nelle acque omanite grazie a un’operazione congiunta di sminamento delle acque e di bombardamento delle postazioni radar dei Pasdaran iraniani, si torna lì, a Hormuz.
L’ultima carta per Riad rimane quindi non l’export classico, fatto con un’unica imbarcazione dall’inizio alla fine, ma il rischio di trasferimento ship-to-ship: in pratica, si riempie di greggio una nave, anche se non del tutto adatta allo scopo, e si oltrepassa lo Stretto. Poi c’è il rendez-vous in un porto terzo, spesso quello omanita di Sohar, dove inizia il travaso. Il problema è che questo causa aumenti per gli altri beni di consumo, dato che le navi dovrebbero essere usate per altri carichi.
Un’opzione che fa lievitare i costi dei trasporti, soprattutto verso l’Asia: il viaggio dal porto di Ras Tanura a Ningbo, in Cina, prima della guerra costava 4 milioni e 500 mila dollari. Ora è schizzato a 63 milioni, secondo le stime della banca francese Société Générale.
L’insostituibilità di Hormuz
Ad ogni modo, il flusso dallo Stretto più famoso del mondo è ripreso a pieno ritmo: nelle ultime due settimane ha raggiunto una media di 2 milioni e 400 mila barili al giorno secondo i dati diffusi da Kpler, un livello che non si vedeva dai giorni del fragile cessate il fuoco scattato con la firma del memorandum di Islamabad da parte di Washington e Teheran.
C’è una scorciatoia anche verso l’Europa, che consente di riattivare almeno parzialmente il porto di Yanbu: le navi vengono caricate e fanno tappa al porto di Ain Sokhna, in Egitto, e da lì il greggio viaggia sull’oleodotto Sumed fino al porto di Alessandria.
Una situazione complessiva che da un lato mostra come la via di Hormuz non sia bypassabile per l’export petrolifero, dall’altra come le parole di qualche mese fa del segretario al Tesoro americano Scott Bessent sulla riduzione dello Stretto a “specchio d’acqua senza valore” attraverso un complicato sistema di bypass e vie alternative fossero quantomeno avventate.