Gli Stati Uniti e l’Europa hanno preso coscienza con ritardo di una dipendenza strutturale che rischia di compromettere sia la transizione energetica che la sicurezza strategica. La Cina controlla oggi oltre i due terzi della produzione e del raffinaggio dei principali minerali critici come litio, grafite, cobalto, nichel e rame, e supera il 90 percento per le terre rare. L’Unione europea nel 2023 importava dalla Cina il 99 percento del magnesio, due terzi del germanio e quasi l’80 percento del gallio. Anche nel caso della grafite naturale la quota cinese appare meno dominante, intorno al 30 percento, ma includendo la grafite artificiale sale oltre il 70. Per 10 dei 14 minerali considerati essenziali a livello comunitario, Pechino è il partner principale.
Negli Stati Uniti la situazione non è diversa. Più della metà dei 51 minerali classificati come critici dipende per oltre il 50 percento dalle importazioni, con la Cina che figura come primo fornitore per 17 di essi e tra i primi tre per altri 24. A questo va aggiunto il controllo di Pechino sulla raffinazione: oltre il 70 percento del cobalto estratto nel mondo, circa il 60 del litio e quasi il 70 del nichel passano per impianti cinesi prima di arrivare sul mercato.
Washington e Bruxelles hanno avviato iniziative di diversificazione. Gli Stati Uniti hanno promosso il cosiddetto friend-shoring, cercando di spostare la filiera verso paesi alleati e di rilanciare la produzione domestica. Nel 2024 è nato il Mineral Security Partnership che riunisce 14 paesi, dall’India alla Corea del Sud, con l’obiettivo di finanziare progetti di estrazione, raffinazione e riciclo. In Europa il Critical Raw Materials Act fissa obiettivi ambiziosi: entro il 2030 il 10 percento dell’estrazione, il 40 percento della trasformazione e il 15 percento del riciclo dovranno essere realizzati sul territorio comunitario.
La domanda globale cresce a ritmi insostenibili. Secondo stime recenti serviranno oltre 2.100 miliardi di dollari di investimenti nell’industria mineraria entro il 2050 per soddisfare la domanda prevista. Solo il rame, indispensabile per reti elettriche e rinnovabili, potrebbe superare i 40 milioni di tonnellate annue contro i 25 milioni attuali. Per colmare il divario sarebbero necessarie 40 nuove miniere nei prossimi dieci anni, ma nell’ultimo decennio ne sono state aperte appena 14.
Alcuni progetti pilota cercano di invertire la rotta. In Grecia è in costruzione un impianto da quasi 300 milioni di euro per produrre gallio a partire dal 2028. In Francia Solvay ha inaugurato una linea di riciclo a La Rochelle per recuperare terre rare da magneti permanenti. Ma gli sforzi restano frammentati e lontani dalle dimensioni richieste.
La Cina non è rimasta ferma. Nel 2024 ha rafforzato la nazionalizzazione del settore delle terre rare, consolidando il controllo statale su estrazione, raffinazione e distribuzione. Questa mossa riduce ulteriormente la possibilità per operatori esteri di accedere alle risorse e aumenta la capacità di Pechino di condizionare il mercato globale. La miniera di Bayan Obo, nella Mongolia interna, produce da sola quasi la metà delle terre rare mondiali e simboleggia la centralità del paese in un settore che unisce tecnologia e potere politico.
Il nodo non riguarda solo le quantità ma l’intera catena del valore. Dall’estrazione al prodotto finito, la Cina è riuscita a costruire un ecosistema industriale che l’Occidente non ha saputo preservare. Fino al secondo dopoguerra gran parte delle terre rare proveniva da India e Brasile, ma la strategia cinese di lungo periodo ha portato a una concentrazione senza precedenti. Oggi Pechino domina anche segmenti apparentemente marginali come il tungsteno, di cui controlla circa l’80 percento e che resta indispensabile per applicazioni militari.
La dipendenza da un unico fornitore strategico espone le economie occidentali a choc sistemici. Le tensioni geopolitiche, i rischi di embargo, la volatilità dei prezzi e l’impatto ambientale di un’industria altamente inquinante rendono urgente un cambio di prospettiva. La transizione energetica, le tecnologie digitali e la difesa comune dipendono da scelte industriali e politiche che non possono più essere rinviate.