Traffici marittimi, oro e terre rare: perché Trump vuole la Groenlandia / ANALISI

La compagnia Amaroq Minerals, con sede in Groenlandia ma finanziata in parte da capitali internazionali, ha già avviato la produzione di oro nel sud dell’isola

Donald Trump

Ultimo aggiornamento 9 agosto 2025 - 09:15

Nel grande silenzio dell’Artico, dove l’orizzonte si confonde con l’infinito e il tempo sembra scorrere più lentamente, la Groenlandia è diventata improvvisamente un terreno di contesa globale. Non per motivi simbolici, né per curiosità esotiche, ma perché si sta affermando come l’epicentro di una nuova competizione strategica, economica e diplomatica. E a guidare questo rinnovato interesse è ancora una volta Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la stessa determinazione con cui nel 2019 aveva lanciato, tra lo stupore generale, la proposta di acquistare l’isola più grande del mondo.

Oggi quella che allora sembrava una boutade è diventata un progetto con contorni sempre più concreti. Trump non solo ha riaperto il dossier, ma ha fatto sapere che “gli Stati Uniti prenderanno la Groenlandia, in un modo o nell’altro”. Parole pesanti, pronunciate senza filtri, che hanno messo in allarme non solo il governo danese, ma anche la leadership groenlandese, impegnata da anni in un delicato processo di emancipazione istituzionale. Ma a differenza del passato, ora l’America si presenta non con un assegno da firmare, bensì con un piano strategico articolato.

Al centro della proposta statunitense c’è un massiccio pacchetto di incentivi economici. Secondo quanto emerso, l’amministrazione Trump sarebbe disposta a versare fino a 10.000 dollari l’anno per ogni cittadino groenlandese, sostituendo e superando l’attuale sussidio danese di circa 600 milioni di dollari. Un’offerta che punta a conquistare la popolazione locale promettendo benessere e stabilità, con l’aggiunta di investimenti infrastrutturali, apertura di scuole, ospedali, porti, nuove rotte commerciali e basi logistiche per l’estrazione mineraria.

Ma il cuore della questione non è solo economico. La Groenlandia è strategica per gli Stati Uniti sotto molteplici profili. Innanzitutto militare: l’isola ospita da decenni la base di Thule (oggi Pituffik), una delle installazioni più sensibili per l’intelligence e il sistema di allerta precoce missilistico americano. In secondo luogo, geopolitico: controllare la Groenlandia significa proiettarsi in maniera diretta sull’Artico, dove Russia e Cina stanno avanzando in termini di infrastrutture, rotte e interessi. Infine, e forse soprattutto, la Groenlandia è una miniera ancora poco sfruttata: terre rare, uranio, grafite, zinco, rame, nichel, oro. Tutti elementi indispensabili per l’industria della difesa, l’elettronica, le tecnologie verdi e la transizione energetica.

Il governo americano, consapevole che l’annessione formale è irrealistica, lavora su un modello più sottile ma altrettanto incisivo. Si discute infatti di un possibile Compact of Free Association, simile a quelli siglati con alcuni micro-Stati del Pacifico. In cambio della protezione militare e di finanziamenti regolari, la Groenlandia manterrebbe una parvenza di sovranità, ma consentirebbe agli Stati Uniti un controllo esteso su politica estera, difesa, commercio e risorse.

Tuttavia, la risposta groenlandese è stata chiara: nessuna intenzione di cedere sovranità o di diventare un protettorato. Il nuovo premier Jens-Frederik Nielsen, forte di un ampio consenso popolare, ha ribadito che l’isola non è in vendita. Anzi, il ritorno dell’offensiva americana ha rafforzato il fronte indipendentista, spingendo molte forze politiche a rilanciare il percorso verso una piena autodeterminazione, anche a costo di ridurre progressivamente i legami con Copenaghen. La reazione danese è stata altrettanto netta: difesa della sovranità nazionale e denuncia di un tentativo di ingerenza inaccettabile da parte di un alleato.

Il paradosso è che proprio l’insistenza americana ha ottenuto l’effetto opposto: la Groenlandia, da semplice oggetto del desiderio geopolitico, si è riscoperta soggetto politico maturo. Le tensioni con Washington hanno stimolato un risveglio civico e nazionale, alimentando la consapevolezza che il futuro dell’isola deve essere deciso a Nuuk, non a Washington né a Copenaghen. Anche l’opinione pubblica, pur affascinata da promesse di ricchezza e visibilità internazionale, mostra un crescente scetticismo verso la visione utilitaristica e predatoria degli Stati Uniti.

Parallelamente, gli investitori americani e cinesi continuano a sondare il terreno per ottenere concessioni minerarie. La compagnia Amaroq Minerals, con sede in Groenlandia ma finanziata in parte da capitali internazionali, ha già avviato la produzione di oro nel sud dell’isola e sta esplorando nuovi giacimenti. Altre società stanno valutando progetti legati alle terre rare e alla grafite, risorse destinate a diventare centrali nei prossimi decenni. Ma la Groenlandia, pur aperta a capitali esteri, vuole stabilire regole chiare, imponendo royalties, limiti ambientali e controllo pubblico sulle estrazioni.

In gioco, dunque, non c’è solo il destino di un’isola remota, ma il nuovo assetto del mondo che verrà. L’Artico, un tempo relegato ai margini delle mappe, è oggi il luogo in cui si incrociano le ambizioni di potenze globali, gli interessi economici più crudi e le spinte identitarie più profonde. E la Groenlandia, con i suoi 56.000 abitanti, si trova nel mezzo, consapevole che questo è il momento di decidere chi vuole essere: territorio conteso o nazione sovrana. Se gli Stati Uniti pensavano di poter stendere un assegno e dettare le regole, si sono scontrati con una realtà più complessa. In un mondo dove il potere si misura anche con la dignità dei più piccoli, la Groenlandia ha scelto di non farsi comprare. E in questo rifiuto, deciso ma silenzioso, c’è forse il segno più forte della sua maturità.