Trump e i 200 miliardi sudcoreani: l’Alaska LNG e le promesse che Seul non conferma

L’amministrazione americana spinge per accelerare, mentre la Corea del Sud mantiene un approccio prudente, legato a valutazioni economiche e a eventuali rischi politici

Ultimo aggiornamento 3 ottobre 2026 - 07:57

Il presidente americano Donald Trump ha ribadito venerdì di non avere «anticipato i tempi» nell’annunciare un massiccio investimento sudcoreano nel progetto di gas naturale liquefatto in Alaska. Mercoledì scorso, alla Casa Bianca, aveva presentato un pacchetto da 200 miliardi di dollari di investimenti della Corea del Sud in progetti energetici e infrastrutturali negli Stati Uniti. Tra questi figuravano otto grandi centrali nucleari, un impianto di generazione da 6 gigawatt in Texas e, soprattutto, un gasdotto da 54 miliardi di dollari destinato al lungo e controverso progetto Alaska LNG. L’annuncio rientra nel più ampio impegno strategico da 350 miliardi di dollari sottoscritto da Seoul nell’ambito dell’accordo commerciale raggiunto con Washington lo scorso anno, di cui 150 miliardi destinati alla cantieristica navale.

Seul ha però immediatamente gettato acqua sul fuoco. Fonti governative sudcoreane e l’agenzia Yonhap hanno sottolineato che la partecipazione al gasdotto alaskano non è ancora vincolante: resta subordinata a valutazioni di fattibilità commerciale e a verifiche legali. Non esiste, al momento, una decisione finale di investimento. Il progetto Alaska LNG prevede la costruzione di un gasdotto di oltre 1.300 chilometri che colleghi i giacimenti del North Slope a un terminal di liquefazione a Nikiski, sulla costa meridionale dell’Alaska. Si tratta di un’opera studiata da decenni, ma mai realizzata, e il cui costo risulterebbe più che doppio rispetto a un impianto comparabile sulla Costa del Golfo.

Trump non si è scomposto. «Non ho anticipato i tempi. Loro erano presenti e rappresentati. Se non vogliono farlo, per me va bene: gli farò semplicemente pagare di più», ha dichiarato ai giornalisti. Il messaggio è chiaro: la partecipazione sudcoreana è gradita, ma non indispensabile, e l’amministrazione americana è pronta a usare la leva tariffaria o di altro tipo in caso di ripensamenti. Il tono riflette la strategia più ampia di Washington di canalizzare capitali alleati verso infrastrutture energetiche americane, presentate come strumento di «dominanza energetica» e di sicurezza di approvvigionamento per i partner.

Un altro elemento del pacchetto ha generato ulteriori perplessità. Venerdì Trump ha affermato che l’accordo include anche 8,4 miliardi di dollari destinati a un progetto di enhanced oil recovery, ossia tecniche avanzate per estrarre più greggio da giacimenti maturi. Secondo Seul, però, tale voce non compare nel joint fact sheet rilasciato congiuntamente nel novembre 2025. Un funzionario sudcoreano ha espresso sorpresa per la rivendicazione americana, e l’ambasciata di Washington non ha rilasciato commenti immediati. Anche in questo caso, la distanza tra l’annuncio politico e i documenti ufficiali appare evidente.

Il pressing americano sull’Alaska LNG e sugli investimenti nucleari e di generazione elettrica va letto nel contesto della riorganizzazione delle catene energetiche globali. La Corea del Sud, fortemente dipendente dalle importazioni di gas e petrolio, cerca da tempo di diversificare le fonti e ridurre l’esposizione al Medio Oriente. Washington offre in cambio accesso privilegiato a risorse nordamericane e, implicitamente, una copertura geopolitica più stretta. Per Trump, trasformare gli impegni di investimento sudcoreani in progetti concreti sul territorio americano serve a consolidare posti di lavoro, infrastrutture e influenza strategica, soprattutto in regioni remote come l’Alaska.

Resta da vedere se le riserve di Seul si tradurranno in un ridimensionamento del pacchetto o in una rinegoziazione dei termini. Il gasdotto alaskano, per le sue dimensioni e i costi, richiede finanziamenti stabili e di lungo periodo; le centrali nucleari e l’impianto texano presentano tempi di realizzazione e complessità regolatorie non banali. L’amministrazione americana spinge per accelerare, mentre la Corea del Sud mantiene un approccio prudente, legato a valutazioni economiche e a eventuali rischi politici. Il disallineamento tra le dichiarazioni della Casa Bianca e le precisazioni di Seul evidenzia la distanza ancora esistente tra l’ambizione geopolitica e la concretezza dei contratti.