Le priorità per i Paesi in via di sviluppo senza sbocco sul mare secondo l’Unctad

I risultati dell'incontro a Awaza, in Turkmenistan

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Ultimo aggiornamento 22 agosto 2025 - 21:02

Nella cornice di Awaza, in Turkmenistan, la comunità internazionale si è riunita per concentrarsi sul futuro dei Paesi in via di sviluppo senza sbocco sul mare (LLDC): 32 Stati, oltre 570 milioni di abitanti, che insieme rappresentano più del 7% della popolazione mondiale ma solo l’1,2% del commercio globale. Il tema è cruciale: i costi di trasporto risultano in media superiori del 50% rispetto ai livelli mondiali e i tempi di attesa sono doppi rispetto a quelli dei Paesi con accesso al mare. Un ostacolo strutturale che frena sviluppo, export e attrattività degli investimenti.

Rebeca Grynspan, segretaria generale dell’UNCTAD, ha delineato una visione operativa per trasformare i vincoli geografici in opportunità: tre pilastri strategici – integrazione regionale, digitalizzazione e facilitazione del commercio – che rappresentano la chiave per sbloccare la crescita di queste economie. Non si tratta di principi astratti, ma di esperienze concrete.

Basti citare il corridoio nord-est africano: grazie all’integrazione funzionale tra Kenya e Uganda, i tempi di attraversamento al valico di Malaba si sono ridotti da tre giorni a sole tre ore. Analogamente, il “Middle Corridor” tra Cina ed Europa ha dimezzato i tempi di trasporto in Asia centrale. Inoltre, l’African Continental Free Trade Area ha aumentato la quota di merci trasformate nel commercio intra-africano fino al 61%, contro un export extra-africano ancora concentrato per l’80% sulle materie prime.

Accanto alle reti fisiche, il vero potenziale risiede nella dimensione digitale, che può liberare i Paesi senza sbocco sul mare dalla dipendenza dai porti. Il commercio elettronico, non soggetto a frontiere fisiche, amplia enormemente le opportunità. Oggi questi Paesi valgono appena lo 0,3% del commercio digitale mondiale, ma la traiettoria è positiva. Il tasso di penetrazione di internet ha più che raddoppiato dal 2014 e la copertura mobile broadband raggiunge ormai l’86% della popolazione. Il principio che guida la strategia UNCTAD è semplice: se puoi connetterti, puoi competere.

Per rendere effettivi questi progressi, diventa essenziale modernizzare e digitalizzare i sistemi doganali. Il programma ASYCUDA dell’UNCTAD, utilizzato da due terzi dei Paesi senza accesso al mare, ha ridotto i tempi di sdoganamento fino al 90%, incrementando allo stesso tempo le entrate fiscali, come dimostra il caso del Malawi, dove la crescita è stata del 42%. Anche sul fronte della formazione l’impatto è rilevante, con centinaia di operatori logistici qualificati, di cui il 40% donne. In Turkmenistan, con un investimento di 1,5 milioni di dollari per potenziare la terza fase del programma, l’obiettivo è ora integrare l’intelligenza artificiale nella gestione del rischio doganale, facendo del Paese un hub digitale per il transito.

Questa convergenza tra visione e azione si è tradotta nell’“Awaza Programme of Action”, una roadmap condivisa che punta a confini più veloci, imprenditori digitali emergenti ed esportazioni a maggior valore aggiunto. Restano però criticità non trascurabili: il finanziamento. L’UNCTAD sottolinea la necessità di condizioni più eque per attrarre investimenti, gestire il debito e migliorare la coerenza dei regimi multilaterali, spesso troppo rigidi rispetto alle esigenze specifiche di economie piccole e senza sbocco marittimo.

La sfida è duplice: infrastrutturare corridoi regionali solidi e diversificare gli investimenti, riducendo la dipendenza dal settore estrattivo e aumentando la quota di capitali in ICT, logistica e servizi. In questa direzione, l’accordo WTO sulla facilitazione del commercio potrebbe ridurre i costi medi del 15%, con impatti immediati sulla competitività. Secondo l’indice UNCTAD sulle capacità produttive, la componente trasporti resta una delle più carenti nei LLDC: un dato che evidenzia l’urgenza di colmare le lacune infrastrutturali e di governance.

Gli investimenti internazionali mostrano tendenze contrastanti. Nel 2022 i flussi di IDE verso i Paesi senza sbocco sul mare sono cresciuti del 6%, toccando i 20 miliardi di dollari, ma concentrati in pochi Stati come Kazakhstan, Etiopia, Uzbekistan, Mongolia e Uganda. Si registra un aumento dei progetti greenfield, cresciuti del 15% e triplicati in valore, prevalentemente nel settore estrattivo, mentre i finanziamenti strutturali sono crollati del 72%. Segnali che mettono in evidenza un problema di qualità e diversificazione dei capitali, oltre che di volume.

L’approccio promosso dall’UNCTAD è ambizioso ma realistico: i Paesi senza accesso al mare possono diventare protagonisti delle catene globali del valore se sapranno sfruttare le leve di integrazione regionale, digitalizzazione e facilitazione degli scambi. A condizione che la comunità internazionale sostenga queste transizioni con risorse adeguate e strumenti finanziari mirati, il vincolo geografico potrà trasformarsi da limite a opportunità di sviluppo.