Australia, fa flop il mega progetto eolico offshore da 2 gigawatt

Novocastrian Offshore Wind, la joint venture tra l’australiana Oceanex e la norvegese Equinor, ha deciso di non accettare la licenza di fattibilità rilasciata dal governo federale

Un impianto eolico offshore

Ultimo aggiornamento 25 agosto 2025 - 19:29

Il progetto eolico offshore da 2 gigawatt previsto al largo della costa del Hunter, nel New South Wales, è stato ufficialmente interrotto. Novocastrian Offshore Wind, la joint venture tra l’australiana Oceanex e la norvegese Equinor, ha deciso di non accettare la licenza di fattibilità rilasciata dal governo federale, mettendo fine a un’iniziativa che era stata annunciata come una delle più ambiziose del settore rinnovabili in Australia. La decisione arriva dopo mesi di proroghe e incertezze, culminate con l’uscita di Equinor dall’operazione. La compagnia scandinava, già attiva in progetti analoghi nel Mare del Nord, ha spiegato che non si è raggiunto un accordo con il partner australiano per portare avanti lo sviluppo. Oceanex, da parte sua, ha preso atto del ritiro ma ha ribadito l’intenzione di non abbandonare l’obiettivo di sviluppare infrastrutture eoliche offshore nei prossimi anni, pur nella consapevolezza che senza un partner internazionale il percorso si annuncia molto più complesso.

Il piano prevedeva la costruzione di turbine galleggianti in un’area di 500 chilometri quadrati, a circa 20 chilometri dalla costa di Newcastle e Port Stephens. Si trattava di un progetto pionieristico per l’emisfero australe, in quanto avrebbe fatto ricorso a piattaforme galleggianti per sfruttare la maggiore profondità delle acque. L’investimento stimato superava i dieci miliardi di dollari australiani e il governo aveva quantificato in oltre tremila i posti di lavoro attivabili nella fase di costruzione. Un’infrastruttura di quelle dimensioni avrebbe fornito una capacità installata di due gigawatt, sufficiente a coprire il fabbisogno energetico di centinaia di migliaia di abitazioni, con un impatto significativo nel percorso di decarbonizzazione nazionale.

La scelta di Equinor rappresenta un passo indietro pesante per la strategia energetica dell’esecutivo guidato da Anthony Albanese, che aveva puntato proprio sull’area del Hunter per avviare la transizione dalle storiche centrali a carbone verso le fonti pulite. Già a giugno il ministro dell’Energia Chris Bowen aveva concesso una proroga di novanta giorni ai promotori del progetto, nel tentativo di evitare un naufragio che ora si è comunque materializzato. Per il governo, che aveva usato la concessione come simbolo della svolta verde, la perdita di un investitore globale come Equinor complica la credibilità delle politiche di sviluppo delle rinnovabili offshore.

Sul territorio la notizia è stata accolta con sollievo da diversi rappresentanti locali e da gruppi ambientalisti. Alison Penfold, deputata federale per la circoscrizione di Lyne, ha ribadito che la comunità non era disposta a tollerare un intervento industriale di tali proporzioni in un’area ricca di habitat marini sensibili e con una lunga tradizione di pesca. Sulla stessa linea Troy Radford, presidente del Newcastle Port Stephens Game Fish Club, che ha sottolineato i potenziali rischi per l’economia della pesca sportiva e commerciale. Entrambi hanno chiesto al governo di ritirare del tutto la designazione dell’area come zona idonea a ospitare impianti eolici offshore, eliminando così l’incertezza che grava sulle comunità costiere.

Resta da capire quale sarà il futuro di Oceanex, che ora si trova senza un partner tecnologico e finanziario in grado di sostenere un progetto di questa portata. Il ministro Bowen ha invitato l’azienda a cercare nuovi alleati internazionali e ha nel contempo annunciato nuove linee guida per attrarre investimenti in ricerca e sviluppo sul fronte delle energie marine. La partita dell’eolico offshore australiano, considerata cruciale per diversificare il mix energetico e ridurre le emissioni, appare dunque destinata a proseguire ma con un ritmo più lento e con prospettive meno definite. Il ritiro di Equinor segna non solo lo stop a un progetto multimiliardario, ma soprattutto l’emergere di una fragilità strutturale: la difficoltà di conciliare interessi locali, sostenibilità finanziaria e strategie politiche in un settore che richiede orizzonti lunghi e grande stabilità.