Una ricerca pubblicata in Francia solleva dubbi sulla capacità del sottosuolo di accogliere, nel lungo periodo, le enormi quantità di CO₂ che le industrie europee puntano a catturare. Secondo gli esperti, lo spazio disponibile nelle formazioni geologiche potrebbe esaurirsi prima del previsto, entro circa 175 anni.
La tecnologia nota come CCUS (cattura, utilizzo e stoccaggio del diossido di carbonio) prevede il prelievo del CO₂ dai siti industriali, il suo eventuale impiego per produrre carburanti alternativi o materiali plastici e la successiva iniezione in rocce profonde in grado di trattenerlo. In Francia e in gran parte d’Europa il CCUS è considerato un pilastro delle strategie di neutralità climatica e reindustrializzazione, secondo il Ministero per la Transizione Ecologica.
Gli esperti della Direzione generale per l’Energia e il Clima hanno stimato l’attuale capacità delle rocce porose profonde, arrivando alla conclusione che questa risorsa non è illimitata e potrebbe raggiungere il limite entro due secoli. L’allarme riguarda soprattutto la rapidità con cui dovrà crescere la cattura di CO₂ per rispettare gli obiettivi climatici fissati per il 2050, a fronte di un fabbisogno in costante aumento.
Il quadro normativo europeo, regolato dalla direttiva 2009/31/CE, stabilisce criteri di selezione, autorizzazione e monitoraggio dei siti, imponendo la presenza di coperture geologiche impermeabili che garantiscano la sicurezza del confinamento. Le tipologie di volumi geologici considerati idonei includono giacimenti esauriti di petrolio e gas, acquiferi salini profondi e giacimenti di carbone non sfruttabili. Gli acquiferi salini rappresentano la riserva potenziale maggiore, ma necessitano di indagini regionali approfondite per verificarne la reale capacità.
In Francia il progetto EVASTOCO₂ ha indicato un potenziale teorico stimato in circa 700 milioni di tonnellate di CO₂ nei giacimenti esauriti e 4 miliardi negli acquiferi salini profondi, di cui 2,3 miliardi su terraferma e 1,7 miliardi offshore. Si tratta tuttavia di valori teorici: renderli operativi richiede studi geologici, autorizzazioni e importanti risorse finanziarie.
Diversi studi sottolineano inoltre che i siti realmente adatti allo stoccaggio sicuro non sono numerosi e che la tecnologia è economicamente sostenibile solo per grandi sorgenti industriali, in grado di produrre flussi di CO₂ concentrati. I costi elevati, le difficoltà tecniche e i rischi ambientali, compresi possibili rilasci accidentali o interazioni indesiderate con gli acquiferi, restano criticità da affrontare.
Il dibattito aperto tra scienziati e istituzioni mette quindi in luce la necessità di considerare lo stoccaggio geologico del CO₂ come una risorsa preziosa ma limitata, che dovrà essere gestita con attenzione se si vorrà mantenere la traiettoria di riduzione delle emissioni fissata a livello europeo.