Il Giappone conferma la fiducia nello sviluppo dell’eolico offshore nonostante il brusco ritiro di Mitsubishi Corporation da tre grandi progetti previsti nelle prefetture di Chiba e Akita. I progetti, con una capacità complessiva di 1,76 gigawatt e una messa in servizio tra il 2028 e il 2030, sono stati giudicati «economicamente insostenibili» dal conglomerato giapponese, che ha citato l’aumento dei costi delle materie prime e della logistica insieme alle incertezze geopolitiche globali.
Il governo ha deciso, comunque, di riaprire le gare per le aree in questione e ha trattenuto un deposito equivalente a 136 milioni di dollari, versato da Mitsubishi al momento dell’assegnazione. Secondo il ministero dell’Industria, l’episodio non cambia gli obiettivi di lungo periodo eolici del Paese, fissati a 10 gigawatt di capacità installata entro il 2030 e 45 gigawatt entro il 2040. L’esecutivo considera l’eolico marino uno degli assi principali della politica energetica, sia per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili sia per centrare la neutralità carbonica al 2050.
Il ritiro di Mitsubishi arriva in un momento in cui diversi operatori internazionali continuano a scommettere sul mercato giapponese. Tra i partecipanti alle successive gare figurano gruppi europei come Rwe, Iberdrola e Bp, che non hanno segnalato per ora intenzioni di abbandono. Ma le difficoltà incontrate da Mitsubishi hanno riacceso il dibattito sulla struttura delle aste giapponesi e sulla necessità di migliorare le condizioni di investimento.
Il governo ha già messo allo studio una possibile estensione della durata delle concessioni da 30 a 40 anni, misura che permetterebbe di ammortizzare i costi su un periodo più lungo. Funzionari del ministero hanno inoltre lasciato intendere che il meccanismo d’asta potrebbe essere rivisto, alla luce dell’incremento generalizzato dei costi di approvvigionamento e delle pressioni sui margini.
Secondo stime di mercato, la decisione di Mitsubishi comporterà perdite finanziarie consistenti. La società ha già registrato oneri straordinari legati alla chiusura dei progetti, mentre Chubu Electric, partner in alcune iniziative, ha avvertito di un impatto negativo sul bilancio dell’anno in corso, pur senza definirlo critico. Gli analisti sottolineano che i costi crescenti rappresentano la principale sfida per il settore, in un contesto in cui i governi asiatici e occidentali spingono in parallelo per un rapido aumento della capacità eolica offshore.
Il contesto energetico giapponese resta dominato dai combustibili fossili. Nel 2023 circa il 70% della produzione elettrica proveniva da carbone, gas e petrolio, con una quota marginale per l’eolico. Tokyo, proprio per questo. punta a ridurre la dipendenza dai fossili al 30-40% entro il 2040, con un ruolo crescente delle rinnovabili e del nucleare. L’obiettivo intermedio di 10 gigawatt di capacità eolica offshore entro la fine del decennio rimane invariato, nonostante l’uscita di scena di uno dei principali gruppi nazionali.
I nodi da sciogliere restano, in ogni caso, tanti. Il caso Mitsubishi ha messo in evidenza le difficoltà operative di un settore che in Giappone è ancora in fase di avvio e deve confrontarsi con vincoli tecnici, alti costi di costruzione e una geografia marina complessa. Per il governo, l’urgenza è garantire che il Paese non resti indietro rispetto a competitor regionali come la Cina e la Corea del Sud, che hanno accelerato nella realizzazione di nuovi parchi offshore