Green energy, nemmeno l’onda del protezionismo ferma la corsa / ANALISI

Negli Stati Uniti, la transizione è oggi più trainata da logiche di mercato e competitività tecnologica che da scelte federali

Un parco eolico nello Utah

Ultimo aggiornamento 13 agosto 2025 - 18:33

La resistenza del settore delle energie rinnovabili alle politiche ostili alla transizione energetica della nuova amministrazione statunitense conferma una tendenza che va ben oltre i confini americani: il mondo sembra deciso a non fermarsi, neppure davanti a ostacoli istituzionali. Nonostante una serie di misure sfavorevoli, dalla sospensione delle concessioni offshore ai tagli degli incentivi, la spinta verso le fonti pulite continua a muovere mercati, investimenti e innovazione, con effetti che si riflettono a livello globale.

Negli Stati Uniti, il boom delle energie pulite ha rallentato, ma non si è arrestato. Nella prima metà del 2025, la capacità installata è cresciuta del 7% su base annua, il dato più basso da oltre dieci anni. Il solare segna un incremento del 10% e l’eolico appena dell’1,8%, mentre le batterie elettriche si confermano il comparto più vivace con una crescita del 22%. La politica ha inciso pesantemente: il ritorno del protezionismo, l’interruzione di campagne di incentivazione come i “safe harbour tax credits” e il blocco dei permessi per l’eolico offshore hanno rallentato o sospeso numerosi progetti. Aziende come Ørsted hanno visto il valore di mercato crollare e hanno annunciato raccolte di capitali miliardarie per resistere alla tempesta. Engie e altre utility europee, attratte inizialmente dall’Inflation Reduction Act, stanno rivedendo al ribasso le proprie ambizioni sul mercato statunitense. Eppure, la domanda di rinnovabili rimane solida, anche dove il quadro politico è sfavorevole. In Texas e Iowa, stati tradizionalmente conservatori ma ricchi di risorse solari ed eoliche, gli impianti hanno continuato a proliferare. La capacità rinnovabile pro capite del Paese è aumentata negli ultimi anni, alimentata non solo dagli incentivi, ma da un’evoluzione economica e tecnologica che appare irreversibile. Secondo un recente sondaggio, oltre il 75% delle aziende statunitensi prevede di alimentarsi con energie rinnovabili entro il 2035, citando costi in calo, efficienza in aumento e prospettive di rendimento in crescita. In molte aree, solare e batterie sono ormai più convenienti del gas naturale.

In Europa, il quadro è diverso. L’Unione europea ha mantenuto politiche di sostegno robuste, pur tra difficoltà legate ai costi delle materie prime e alle tensioni geopolitiche. Nel 2024, la capacità rinnovabile installata nell’Ue è cresciuta di oltre il 12%, con la Spagna in testa per nuove installazioni solari e la Germania che consolida il primato eolico. Bruxelles ha confermato l’obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, puntando su un mix di incentivi fiscali, semplificazione autorizzativa e sostegno agli investimenti. Ma anche qui emergono ostacoli: opposizioni locali a nuovi parchi eolici, congestioni di rete e ritardi nei collegamenti elettrici transfrontalieri.
La Cina, intanto, gioca una partita a parte. Pechino ha installato nel 2024 oltre 230 gigawatt di nuova capacità rinnovabile, un record assoluto, con un’espansione solare senza precedenti. Il Paese domina la catena di fornitura globale di pannelli fotovoltaici e batterie, esportando tecnologia a costi competitivi e consolidando un ruolo di leadership industriale. Ma la strategia cinese resta ambivalente: da un lato, investimenti massicci in rinnovabili; dall’altro, un’ancora significativa dipendenza dal carbone, che garantisce sicurezza energetica interna ma complica gli impegni climatici.

Il confronto tra le tre grandi aree economiche mette in luce differenze strutturali. Negli Stati Uniti, la transizione è oggi più trainata da logiche di mercato e competitività tecnologica che da scelte federali. In Europa, il motore è soprattutto politico e normativo, con un forte coordinamento comunitario ma vincoli infrastrutturali. In Cina, invece, la spinta è pianificata dall’alto, con un modello industriale che integra produzione, ricerca e controllo delle filiere. Sullo sfondo, la concorrenza globale per le tecnologie verdi si intensifica, con rischi di nuove guerre commerciali su pannelli, turbine e batterie. Questa dinamica ha ricadute dirette sul commercio internazionale. La spinta cinese alla sovrapproduzione di moduli solari ha generato eccessi di offerta che comprimono i prezzi globali, mettendo sotto pressione i produttori occidentali. Negli Stati Uniti, le politiche tariffarie cercano di proteggere l’industria domestica, ma rischiano di rallentare la diffusione delle tecnologie. L’Europa, più esposta alle importazioni, deve bilanciare la competitività di prezzo con la tutela della manifattura interna. Mentre la politica americana continua a oscillare tra apertura e protezionismo, la traiettoria delle rinnovabili sembra dettata sempre più dalla convergenza di fattori economici, industriali e ambientali. La transizione energetica non appare più un tema marginale o ideologico, ma una componente strategica della competizione globale.