In Italia tutti ne parlano, molti lo promettono, ma pochi riescono davvero a metterlo in pratica: il cold ironing, ovvero la possibilità per le navi ormeggiate in porto di spegnere i motori e allacciarsi alla rete elettrica, resta oggi un miraggio più che una realtà operativa. Eppure, parliamo di una tecnologia chiave per ridurre drasticamente le emissioni inquinanti in ambito portuale, specialmente in prossimità dei centri abitati. Una tecnologia, peraltro, già in dotazione nella totalità delle navi da crociera e in tutti i traghetti di nuova generazione.
Definire la vicenda paradossale è riduttivo. La normativa europea impone l’elettrificazione delle banchine, la tecnologia esiste, e i fondi – almeno in parte – sono già stati stanziati e utilizzati. Ma i porti italiani, malgrado i tanti progetti avviati, arrancano. E non potrebbe essere diversamente, considerata l’assenza di un quadro normativo di riferimento e, soprattutto, della più elementare delle garanzie: il costo dell’energia elettrica, dal quale dipende l’economicità, e di conseguenza la sostenibilità della scelta degli armatori. Il rischio è evidente: mentre altri Paesi europei avanzano, l’Italia si attarda nei dettagli procedurali, rinunciando al proprio potenziale competitivo e lasciando sul campo benefici ambientali ed economici. Si discute di modelli di gestione, tariffe e responsabilità legali, ma intanto le navi continuano a tenere accesi i motori, malgrado siano già molte le Autorità portuali che stanno ricevendo domanda di accesso ai servizi di cold ironing senza potere rispondere positivamente alle richieste delle compagnie. Nel frattempo, l’Europa ha già aperto la strada con la FuelEu Maritime: entro il 2030 le navi dovranno collegarsi obbligatoriamente alla rete elettrica. E la Commissione ha concesso all’Italia la possibilità di esentare queste forniture dagli oneri di sistema per i prossimi cinque anni, rendendo il servizio non solo ecologico ma anche competitivo. Ma senza un sistema tariffario chiaro e senza una governance trasparente, tutto questo resta potenziale inespresso. Non solo: il pericolo è che l’investimento pubblico – oltre un miliardo di euro già impegnato – si trasformi in un’occasione persa, soprattutto se altri Paesi potranno contare su risorse comunitarie aggiuntive derivate dalle sanzioni del regolamento europeo. L’Italia può ancora fare la differenza, ma il tempo per restare in rada è finito: di questo, è opportuno che la politica si renda conto senza altri tentennamenti.