Un improvviso blocco di tutti gli impianti eolici in costruzione al largo della costa orientale statunitense, seguiti da un altrettanto repentino ricorso in tribunale. La storia del rapporto di Donald Trump con l’energia rinnovabile ricavata dal vento si può riassumere brevemente così. Le origini di questa ostilità però sono più profonde e risalgono al 2011, quando l’attuale presidente era solo un immobiliarista e una personalità televisiva. All’epoca perse il ricorso contro la costruzione di un parco eolico al largo del suo campo da golf nelle vicinanze di Aberdeen, all’epoca in fase di completamento. Da allora si racconta che nacque l’ostilità del presidente verso questo tipo di fonte energetica. Eppure, i dati ci raccontano un’altra storia, almeno nel primo mandato: 38 impianti nuovi autorizzati dal 2017 al 2021 contro i 35 del quadriennio successivo di Joe Biden secondo quanto rivelano le statistiche federali. E infatti anche gli stessi lobbisti dell’energia sono stati colti di sorpresa.
L’ordinanza del Dipartimento dell’Energia varata lo scorso 22 dicembre colpisce cinque impianti posti al largo di stati governati dai democratici: New York, Virginia, Connecticut, Rhode Island e Massachusetts. Una misura che non è stata capita nemmeno da esponenti repubblicani, come l’uscente governatore della Virginia Glenn Youngkin che la scorsa estate ha dovuto affrontare numerosi blackout a causa della crescente domanda di energia elettrica. Il segretario all’energia Doug Burgum ha spiegato la bizzarra mossa affermando che gli impianti interferirebbero “con i radar militari”. In una riunione di governo andata in onda in streaming qualche mese fa, il segretario alla Salute Robert Kennedy Junior aveva invece affermato che disturbavano “i banchi di balene di passaggio” nell’Atlantico. Gli analisti hanno letto la mossa come un favore all’industrie che estraggono gas e petrolio, ma anche questa ipotesi non appare fondata: Erik Milito, presidente della Nation Ocean Industries Association, una lobby che raggruppa sia aziende petrolifere che eoliche, ha detto in una nota che il settore fossile “ha investito capitali sostanziosi nello sviluppo di questi progetti” e che la mossa dell’amministrazione mette a rischio i soldi e i posti di lavoro. Insomma, sembra proprio che la scelta derivi da una vecchia fisima del presidente sul tema. Però le aziende e gli stati non sono rimasti a guardare. E si sono rivolti ai tribunali federali. Uno di questi progetti sospesi, quello di Revolution Wind, costituito da 65 turbine, approvato ai tempi dell’amministrazione Biden, ha ottenuto una sospensiva dell’ordinanza voluta da Trump. Il gruppo danese dell’energia Orsted, che stava costruendo l’impianto ormai completato all’87% e pronto a partire, canta quindi vittoria e si avvia a riprendere i lavori “quanto prima”, dato che secondo quando dichiarato in aula dall’azienda le perdite fino a mercoledì si aggiravano intorno al milione e mezzo di dollari al giorno. E il Dipartimento della Difesa, finora, non ha pubblicamente rivelato quali sarebbero i motivi di sicurezza che impediscono l’inaugurazione di Revolution Wind. Una nota del Pentagono ha detto che “la diffusione del materiale classificato causerebbe un danno irreparabile alla sicurezza degli Stati Uniti”. L’impianto, quando verrà inaugurato, fornirà l’energia elettrica necessaria a 350mila abitazioni e aziende in Connecticut e Rhode Island. Inutile aggiungere che il verdetto costituisce un utile precedente anche per le altre aziende colpite dall’ordinanza trumpiana. L’amministrazione, nel frattempo, non ha ancora fatto trapelare le sue prossime mosse, se sceglierà di andare avanti ulteriormente oppure se lascerà cadere la questione, riconoscendo che le preferenze personali di un presidente non dovrebbero costituire un buon motivo per prendere provvedimenti.