Sostanze chimiche nei parchi eolici offshore: nuovo faro sulla decarbonizzazione 

Secondo uno studio pubblicato su Ocean Sustainability, con gli attuali 30 GW di capacità eolica in mare vengono rilasciate ogni anno migliaia di tonnellate di metalli

Un parco eolico offshore

Ultimo aggiornamento 27 agosto 2025 - 18:30

L’eolico offshore è diventato uno dei pilastri della strategia europea per la decarbonizzazione, con piani di espansione massicci nei prossimi anni. Ma insieme ai benefici emergono nuove criticità: le sostanze chimiche utilizzate per proteggere le strutture dalla corrosione rilasciano in mare metalli che rischiano di compromettere gli ecosistemi e, in prospettiva, la sicurezza alimentare.

Secondo uno studio pubblicato su Ocean Sustainability, con gli attuali 30 GW di capacità eolica in mare vengono rilasciate ogni anno migliaia di tonnellate di metalli, tra cui circa 3.200 tonnellate di alluminio, 1.100 di zinco e quasi 2 di indio. Per lo zinco, la quantità è superiore agli apporti combinati di fiumi e fonti industriali. Questi elementi tendono ad accumularsi nei sedimenti e negli organismi filtratori, con il rischio di superare le soglie di sicurezza alimentare soprattutto in aree dove gli impianti convivono con l’acquacoltura.

Il progetto europeo Anemoi ha iniziato a monitorare con maggiore precisione queste emissioni, nel tentativo di definire regole condivise che oggi mancano. Una linea ribadita dall’Ifremer, l’Institut Français de Recherche pour l’Exploitation de la Mer, principale ente francese di ricerca sugli oceani. L’istituto chiede monitoraggi sistematici prima e dopo l’installazione dei parchi, per garantire trasparenza e prevenire impatti sottovalutati.

Il nodo è chiaro: la corsa all’eolico offshore non può prescindere da una valutazione più ampia degli effetti collaterali. Per l’Europa, che punta su questa tecnologia per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, il rischio è quello di creare nuove pressioni ambientali mentre si cerca di eliminarne altre.

L’eolico in mare resta essenziale per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione e di sicurezza energetica, ma la sua progettazione e gestione andranno probabilmente riviste. Serviranno soluzioni tecnologiche più sostenibili, standard ambientali più rigorosi e un equilibrio reale tra crescita delle rinnovabili e tutela degli ecosistemi. Solo così la transizione verde potrà mantenere credibilità agli occhi di opinione pubblica, investitori e comunità scientifica.