Gli Stati Uniti hanno lanciato un avvertimento senza precedenti ai partner internazionali, annunciando che non sosterranno il nuovo “Net-Zero Framework” dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) e minacciando ritorsioni commerciali contro i Paesi che voteranno a favore. La dichiarazione, firmata dal Segretario di Stato Marco Rubio insieme ai responsabili di Commercio, Energia e Trasporti, segna un salto di qualità nello scontro politico sulla decarbonizzazione del trasporto marittimo, settore che da solo è responsabile di circa il 3% delle emissioni globali di CO2.
La tempistica non è casuale. L’annuncio arriva ad agosto, poche settimane prima del voto di ottobre presso l’IMO, in cui servirà una maggioranza qualificata di due terzi (108 Stati su 176) per approvare definitivamente il pacchetto “net-zero”. Ad aprile, una maggioranza semplice aveva già dato luce verde alla proposta, con il sostegno di Unione Europea, Cina e Brasile. Solo 16 Paesi si erano opposti. Washington, invece, aveva abbandonato i negoziati, scegliendo la linea dello scontro aperto.
Per l’amministrazione Trump, si tratta di difendere costi e competitività: «Non tollereremo misure che aumentino i prezzi per i nostri cittadini, fornitori di energia e compagnie di navigazione», si legge nella nota ufficiale. Ma dietro lo scudo economico c’è una chiara scelta geopolitica: usare la leva commerciale – dazi e minacce di ritorsioni – per condizionare l’orientamento di partner chiave, in particolare economie emergenti come India, Brasile o Sudafrica. Una strategia che riecheggia i metodi già visti nella guerra dei dazi con la Cina e nelle pressioni sugli accordi ambientali multilaterali.
L’Unione Europea, dal canto suo, si trova ora davanti a un bivio. Bruxelles ha costruito gran parte della sua identità internazionale sul Green Deal e sulla leadership climatica, e non può permettersi passi indietro. Dal 1° gennaio 2025 ha già esteso il sistema ETS al trasporto marittimo e introdotto il regolamento FuelEU Maritime, che impone riduzioni progressive dell’intensità di carbonio dei carburanti. In altre parole, l’UE è già molto più avanti dell’IMO in termini normativi, ma rischia di pagare il prezzo politico se la cornice multilaterale dovesse crollare sotto le pressioni americane.
La questione non è solo tecnica. Il voto di ottobre si trasforma in un test di credibilità per l’Europa: saprà guidare una coalizione abbastanza ampia da portare a casa i due terzi necessari? Oppure finirà isolata, con il rischio di subire anche l’ostilità commerciale di Washington? Intanto, diversi attori industriali osservano con attenzione. Paradossalmente, molte grandi compagnie – dal colosso danese Maersk ai vettori di auto come Wallenius Wilhelmsen – hanno già assunto impegni volontari per arrivare a emissioni nette zero entro il 2050. L’industria, spinta da investitori e consumatori, sembra spesso più avanti della politica.
Sul tavolo restano anche le divisioni geopolitiche più ampie. Arabia Saudita e altri esportatori di combustibili fossili si muovono in sintonia con Washington, temendo che tasse sui carburanti tradizionali accelerino la transizione energetica a svantaggio del loro modello economico. Al contrario, i Paesi emergenti chiedono incentivi e trasferimenti tecnologici per sostenere la svolta verso carburanti verdi e idrogeno.
A poco meno di due mesi dal voto, lo scenario è dunque quello di una rotta di collisione tra Stati Uniti e Unione Europea. Uno scontro che travalica i confini del settore marittimo e che potrebbe segnare il futuro della governance climatica globale. Per Bruxelles, la sfida è duplice: difendere la propria leadership ambientale e dimostrare che il multilateralismo può ancora produrre regole vincolanti in un mondo dominato dalle grandi potenze. Se vincerà la linea americana, l’IMO rischia di trasformarsi in un’arena paralizzata dai veti, proprio mentre la crisi climatica richiederebbe decisioni rapide e coraggiose.