È bastata una frase detta da Donald Trump a margine del suo incontro con l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky: “L’ho chiesto e ho detto ‘non mandiamo all’estero il nostro diesel'”. Qualche ora dopo, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto che l’idea di un embargo è sotto analisi e ha specificato che “si sta valutando se renderlo parziale o totale”.
Una decisione comunque “verrà presa presto. In un modo o nell’altro”.
Una scelta che ha ragioni soprattutto elettorali: l’hanno chiesta gli eletti degli stati agricoli, dove il carburante viene usato soprattutto per le macchine che operano nei campi. Prima il senatore Chuck Grassley dell’Iowa, poi la deputata Ashley Hinson, sempre proveniente da quello stato, ha ripetuto l’idea mentre criticava aspramente la guerra contro l’Iran. Persino il capogruppo repubblicano al Senato John Thune si è detto aperto all’ipotesi.
Però ci sono delle preoccupazioni anche ad alto livello nell’amministrazione: il segretario al demanio Doug Burgum ha detto chiaramente che “l’avremmo già fatto se servisse. Ma non è così”.
Altri esponenti repubblicani, come i senatori Lisa Murkowski dell’Alaska e John Cornyn del Texas, hanno messo in guardia sul provocare una turbolenza sui mercati che “non sposterebbe nulla”.
Lo scenario
Vediamo i fatti: negli Stati Uniti il prezzo del gasolio ha toccato la media di 6 dollari e 53 al gallone (unità di misura pari a 3 litri e 78, NdA) martedì 22 settembre, secondo i dati di Dow Jones Energy.
Da sempre l’America produce più diesel di quello che consuma, ma il trend in ogni caso è in calo: sin dall’inizio della guerra lo scorso 11 febbraio le scorte sono calate dell’11% e l’export di carburante è salito del 31% in una sola settimana, riporta l’Energy Information Administration.
Un divieto improvviso però colpirebbe duramente tutto il settore petrolifero: una mossa del genere infatti causerebbe sfiducia da parte degli acquirenti esteri e ci sarebbero anche delle perdite economiche a cui far fronte che verrebbero scaricate sui consumatori.
Insomma, un pasticcio a cui i membri “settoriali” dell’amministrazione si oppongono, come il già citato Doug Burgum e il suo collega all’Energia Chris Wright. Però si sa che in questa Casa Bianca conta soltanto il parere del boss.
Le conseguenze
Anche se non fosse un embargo totale, potrebbe essere una quota quotidiana da non superare: al momento le esportazioni superano di circa 300mila barili al giorno la media. Riportare la media a zero aiuterebbe a non causare sconquassi mentre si riempiono nuovamente le scorte strategiche.
A quel punto però i produttori sarebbero incentivati a tagliare sia la produzione che gli investimenti in nuovi giacimenti, proprio l’opposto di quello che ha tentato di fare l’amministrazione fino ad oggi. Un taglio che per l’analisi di S&P Global Energy sarebbe pari a due milioni di barili al giorno e che rappresenterebbe anche un grosso taglio alle stime di profitto per l’ultimo trimestre del 2026 per big come ExxonMobil, Marathon Petroleum e Valero.
Il rischio è che tutto ciò avvenga perché la politica, per usare le parole di un’analista, “non conosce il lungo termine“. E abbia un’efficacia limitata al tempo elettorale ma conseguenze gravi nel lungo periodo.