Genova – Il “no” degli Stati Uniti alla tassa globale sulle emissioni inquinanti delle navi è diventato ufficiale, ed è arrivato attraverso una dichiarazione dello stato maggiore dell’amministrazione Trump, con l’immancabile minaccia di ritorsioni per quei Paesi che la applicheranno. La mossa va contestualizzata nel quadro del processo di approvazione della Net Zero Framework, la normativa in cantiere presso l’Organizzazione marittima internazionale (Imo, il braccio blu dell’Onu) per portare il trasporto marittimo alle zero emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050: ad aprile la delegazione Usa aveva abbandonato l’ultimo Comitato preparatorio della Framework (con un memorandum inviato alle delegazioni che spiegava i motivi dello strappo), ora c’è la dichiarazione ufficiale firmata dal segretario di Stato Marco Rubio insieme a Howard Lutnick (segretario di Stato al Commercio), Chris Wright (Energia) e Sean Duffy (Trasporti).
Il voto all’Imo sull’approvazione della normativa sarà in ottobre. In estrema sintesi, per Washington, l’applicazione della tassa sarebbe un danno agli Stati Uniti e un regalo alla Cina: «Questa amministrazione respinge inequivocabilmente questa proposta dinanzi all’Imo e non tollererà alcuna azione che aumenti i costi per i nostri cittadini, i fornitori di energia, le compagnie di navigazione e i loro clienti, o i turisti – si legge nella dichiarazione -. I nostri colleghi membri dell’Imo devono essere consapevoli che cercheremo il loro sostegno contro questa azione e non esiteremo a reagire o a valutare soluzioni per i nostri cittadini qualora questo tentativo fallisse». Ancora: «Questi standard sui carburanti andrebbero a vantaggio della Cina, imponendo l’uso di carburanti costosi e non disponibili su scala globale. Inoltre, precluderebbero l’uso di tecnologie collaudate che alimentano le flotte navali globali, comprese opzioni a basse emissioni in cui l’industria statunitense è leader, come il gas naturale liquefatto (Gnl) e i biocarburanti».
In effetti, oggi gli Stati Uniti sono il più grande esportatore mondiale di Gnl, carburante che in campo marittimo sta prendendo piede perché – in virtù della logica che chi meno inquina, meno paga – riduce dell’85% gli ossidi di azoto e quasi azzera gli ossidi di zolfo e il particolato. Tuttavia taglia le emissioni di anidride carbonica solo del 25%. Una percentuale che per gli Usa forse oggi è accettabile, ma non per la normativa europea in vigore così come per quella che ora va votata a livello internazionale, la quale impone dei parametri via via più stringenti, per arrivare alle zero emissioni nette di CO2 nel 2050. Questo significa, dal punto di vista di queste normative, che il Gnl può essere solo un carburante di transizione (diverso il discorso per quello derivato dagli scarti biologici del settore agricolo).
Secondo la documentazione messa a disposizione dell’Imo, nel 2050 la base per i carburanti delle navi a zero emissioni (principalmente ammoniaca e metanolo verdi) dovrebbe essere l’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili. E questo per gli Usa significherebbe perdere progressivamente l’armamento come proprio cliente a vantaggio della Cina, che non solo è attiva nel settore delle rinnovabili e dei combustibili alternativi (come appunto metanolo ed ammoniaca) ma ha anche di fatto monopolizzato la produzione di pannelli fotovoltaici e pale eoliche.
All’ultimo comitato preparatorio, la Net Zero Framework è passata con un voto a maggioranza semplice (63 voti a favore tra cui Cina, Brasile, Paesi dell’Unione europea; 16 contrari tra cui Arabia Saudita, Russia, Venezuela e Iran; 25 astenuti). A ottobre, la Framework avrà bisogno del via libera da parte di due terzi dei 108 Stati membri che hanno ratificato questa normativa, che se sarà approvata entrerà in vigore nel 2027. L’Imo ricorre al voto solo in assenza di un accordo su una regolamentazione tra gli Stati membri. Come noto, Donald Trump ha anche dichiarato che ritirerà gli Usa dall’accordo di Parigi sul clima, che fissato l’obiettivo globale delle zero emissioni nette zero entro il 2050. Gli Usa si dichiarati contrari anche al trattato globale per la riduzione dell’inquinamento derivato dalla plastica.