Dopo un’esperienza come amministratore delegato di Azimut Benetti, nel 2020 Vincenzo Poerio ha incontrato l’imprenditore Guido Orsi e ha cominciato una nuova avventura con Tankoa, la “boutique” genovese degli yacht di lusso. Anno dopo anno l’attività è cresciuta estendendo le aree produttive anche al porto di Civitavecchia.

Qual è la filosofia dell’azienda?
«La strategia di Tankoa è ben chiara: collocarsi nel settore dei superyacht fra 45 e 80 metri di lunghezza, lavorando sulla personalizzazione dei progetti. Viste le caratteristiche del mercato e la complessità dei prodotti, costruiamo tre o quattro imbarcazioni all’anno in modo da poter essere vicini alle esigenze del cliente».
Chi sono i vostri clienti?
«Oggi sono quasi esclusivamente stranieri, tutte le nostre produzioni vengono esportate. Abbiamo un fatturato annuo di circa 90-100 milioni di euro con 120 dipendenti diretti e in media 700 nell’indotto. Impieghiamo fra i 3 e i 4 anni e mezzo a costruire una imbarcazione, quindi mantenendo un ritmo di 3 o 4 all’anno abbiamo una media di 12 contratti in essere, in un settore in cui l’Italia è leader. I nostri concorrenti sono i cantieri nordeuropei, in particolare olandesi e tedeschi, mentre chi cerca di prenderci il mestiere sono quelli turchi».
Quali punti deve presidiare l’Italia per conservare la propria leadership?
«Il primo punto è che il mercato esiste. Noi abbiamo clienti della fascia più alta. Questa fascia di mercato dalla crisi finanziaria del 2007, quando il numero di clienti che potevano permettersi questo tipo di barche era calcolato in 116mila persone, è cresciuta oggi fino a 600mila persone come conseguenza delle guerre. I clienti sono cresciuti molto e questo evidenzia un fenomeno importante, almeno nel nostro settore: le crisi economiche e finanziarie e anche le guerre non riducono il numero di persone ricche, anzi se ne creano di nuove, purtroppo è quello che succede. Noi siamo un’industria metalmeccanica che fa yacht di lusso e guarda al mercato che può spendere. Nella fascia di superyacht sopra i 40 metri c’è una domanda di 70-80 barche, mentre in quella più ampia sopra i 24 metri è di 600-700 unità. Una barca di questo genere costa sopra i 30 milioni, ce ne sono anche di 800 milioni. Il numero è ridotto, ma il fatturato è importante».
Perché avete scelto Civitavecchia per espandere la vostra attività?
«Ci sono lavorazioni come carpenteria metallica, saldature e raddrizzature che in Italia sono considerate povere e sono scemate, mentre noi vogliamo il controllo anche su queste, senza affidarle a subfornitori. Per questo abbiamo cercato aree dove investire e abbiamo voluto restare in Italia, senza fare come altri che portano know-how in Turchia. Se mai facciamo venire il personale da fuori, perché gli italiani non vogliono farlo, come i carpentieri dalla Romania o dall’Albania o extraeuropei, formandoli. Avevamo bisogno di molto spazio per le lavorazioni degli scafi in acciaio e alluminio. A Civitavecchia era stata attrezzata un’area per un’attività di costruzione di barche che non aveva ottenuto i risultati voluti. Noi abbiamo chiesto all’Autorità di sistema di partecipare a una gara per subentrare nella concessione e tre anni fa abbiamo ottenuto quell’area. Questo ci consente di controllare da zero la realizzazione della barca e di garantire nel tempo la qualità. A Civitavecchia facciamo una attività di preallestimento per le barche che poi completano l’allestimento a Genova. Ma abbiamo intenzione di cominciare a fare lì anche qualche allestimento completo. Investiremo qualche milione di euro e chiederemo altre aree, che abbiamo già individuato. Abbiamo cominciato con barche da 45 metri, adesso siamo a 72, vogliamo arrivare a 80. Quindi abbiamo bisogno di maggiore spazio».
E Genova?
«Genova rimane un centro importante per gli allestimenti. Portiamo le imbarcazioni con una chiatta, le finiamo, facciamo i test a mare le consegniamo ai clienti. Su Genova abbiamo investimenti per cinquanta milioni di euro».
A Civitavecchia state quindi creando una filiera?
Sì. A Civitavecchia c’era piccolissima nautica. Nel Lazio ci sono cantieri come Canados e Rizzardi che hanno fatto la storia della nautica fino a 30 metri. Adesso come Confindustria nautica stiamo chiudendo un accordo con l’Autorità di sistema per creare un hub formativo. Stiamo recuperando fornitori per farli entrare nella nostra filiera».
Quale ruolo ha l’innovazione tecnologica?
«Io sono stato presidente del distretto nautico della Toscana, uno dei 12 distretti della regione. Ho imparato che lavorando con gli altri, marmo, carta, legno, turismo, scienze della vita, nanotecnologie, eccetera, si possono imparare tante cose. Dalle conoscenze applicabili si può far evolvere il proprio prodotto facendo cose che prima non si potevano fare. Le faccio un esempio banalissimo, i vetri. Nelle barche degli anni 1970 i vetri erano piccolissimi perché non erano certificati per resistere a certe condizioni di mare. Oggi costruiamo barche con vetrate enormi perché la tecnologia ci permette di realizzarne anche di 6 metri per 2. Quindi è cambiato anche l’impatto sul design del prodotto. Questa tecnologia non arriva dal nostro settore, è importante per le aziende confrontarsi anche con altri settori».