Il mare vale 225 miliardi: la Blue Economy pesa per l’11,4% dell’economia italiana

Oltre 250 mila imprese e 1,13 milioni di occupati. Ogni euro prodotto dall’economia del mare ne attiva 1,8 nel resto del sistema. Forte la spinta della nautica, con l’export oltre quota 10 miliardi

Le barche e gli yacht in esposizione al 64° Salone Nautico

Ultimo aggiornamento 28 settembre 2026 - 12:20

Duecentoventicinque miliardi di euro. È il valore che l’economia del mare riesce a generare quando, oltre alle attività direttamente legate alla Blue Economy, si considera anche quello che queste mettono in moto nel resto del sistema produttivo. Una cifra che equivale all’11,4% del valore aggiunto dell’intera economia italiana e che arriva da oltre 250 mila imprese e 1,13 milioni di occupati.

Il valore aggiunto direttamente prodotto dalla Blue Economy è di 80 miliardi di euro. Il resto arriva dalle filiere attivate: per ogni euro prodotto dal mare, infatti, se ne generano altri 1,8 nell’economia nazionale. È il dato che meglio racconta il peso industriale del settore, perché dietro porti, cantieri, turismo e nautica ci sono manifattura, costruzioni, energia, servizi, digitale, ricerca e finanza.

La Blue Economy cresce inoltre più dell’economia nel suo complesso: nel periodo considerato il valore aggiunto è aumentato del 3,8%, contro il 2,1% del dato nazionale.

A spingere maggiormente l’effetto moltiplicatore sono la movimentazione di merci e passeggeri, con un coefficiente di 2,7, e la cantieristica, a 2,4. È la dimensione delle filiere a fare la differenza: quanto più il comparto riesce a coinvolgere il resto dell’industria, tanto maggiore diventa il valore prodotto dal mare.

Il peso economico è particolarmente evidente nel Mezzogiorno, che concentra circa il 34% del valore aggiunto nazionale della Blue Economy e quasi il 40% dell’occupazione. Porti, turismo, logistica, industria e ricerca si concentrano lungo le coste e possono alimentare ecosistemi territoriali con effetti che vanno oltre le singole attività.

A fare da sfondo c’è il Mediterraneo, dove passa il 27% delle rotte strategiche mondiali, insieme al 65% degli approvvigionamenti energetici europei e al 35% del traffico mondiale di greggio. Per l’Italia significa che porti e infrastrutture sono anche una questione industriale: elettrificazione delle banchine, digitalizzazione, automazione e transizione energetica diventano investimenti sulla competitività del sistema.

Poi c’è la nautica, che continua a correre sui mercati internazionali. Nel 2025 l’export italiano di imbarcazioni ha superato per la prima volta i 10 miliardi di euro, con una crescita del 40% sul 2024. Crocieristica e diporto sono tra i principali motori, mentre l’Italia mantiene una posizione di primo piano nei superyacht. Gli Stati Uniti rappresentano circa un terzo delle vendite.

Anche la cantieristica beneficia di una domanda globale sostenuta dal rinnovo delle flotte e dalla transizione energetica. Il portafoglio ordini mondiale supera i 2 trilioni di dollari, con una quota significativa riferita a navi con propulsioni alternative.

La partita, per i grandi cantieri italiani, si gioca allora anche fuori dai cancelli degli stabilimenti. Navi sempre più complesse richiedono fornitori specializzati, competenze, tecnologie e catene di approvvigionamento solide. La capacità di fare filiera diventa così uno dei fattori che possono sostenere il Made in Italy del mare.