All’interno del forum Risorsa Mare, svoltosi la scorsa settimana a La Spezia, sono stati molti sia gli interventi che gli argomenti che hanno riguardato trasversalmente il mondo marittimo nazionale.
Dalla sicurezza marittima, passando dalla pesca e dal mondo della subacquea, ai trasporti, al comparto crocieristico, portualità, ambiente e isole minori, formazione, sport e nautica, i temi sono certamente stati molti e tutti degnissimi di attenzione. Da parte di alcuni rappresentanti del Governo, si è anche continuato a parlare della sburocratizzazione di talune procedure e di come (ad onore del vero onestamente ndr) si sia anche ammesso come ci sia ancora «da lavorare tantissimo» rispetto all’emorragia data dalla costante diminuzione di naviglio iscritto presso il nostro registro.
Su questo tema, però, sembra ancora non esserci stata (almeno apparentemente ndr) la necessità di discutere anche di un altro importante aspetto (direttamente correlabile alla problematica su esposta ndr), ovvero della necessità di dover anche ricostruire e ricucire il rapporto tra l’utenza della nautica da diporto con la nostra amministrazione (politica – amministrazioni marittime ecc.). Come anche in altre occasioni abbiamo già avuto modo di analizzare su queste pagine, il tema dell’abbandono costante della nostra bandiera – almeno all’interno mondo del diporto – è certamente più complesso e non può essere cassato dal solo fatto che tutti gli armatori cerchino, più o meno implicitamente, soltanto di trovare scorciatoie o impianti normativi e burocratici più performanti del nostro. Questo, semmai, è l’elemento dato della competitività del nostro sistema nazionale, piuttosto che del rapporto tra utenza e “amministrazione”.
Alla genesi del problema, si pagano, infatti ed ancora, tutti gli effetti e le “ferite”, mai realmente curate, delle scelte politiche ed economiche fatte in particolar modo dal governo Monti, oramai risalenti a ben 15 anni fa. Queste, come noto almeno ai più, ebbero grandi ricadute e alimentarono una crisi del comparto che colpi indistintamente armatori, cantieri e tutto l’indotto. La situazione, dati ufficiali alla mano, non sembra – purtroppo – essere affatto migliorata. È infatti bastato un solo articolo, l’oramai famigerato art. 26 – ter all’interno del codice della nautica da diporto, per innescare recentemente un ulteriore e generale malessere interno al settore, quanto un’ulteriore “distanza” tra l’utenza e l’amministrazione.
È chiaro che non si può pensare di risolvere il problema, non contemplando un riavvicinamento che non può prescindere dal miscelare un aumento della fiducia tra utenza e amministrazione marittima e senza che vi sia un impianto normativo che, allo stesso tempo, sia altrettanto logico, premiante e tecnicamente efficiente. Non serve meno burocrazia ma, semmai, una burocrazia efficiente.
Non si può pensare, infatti, che si possa regolare e gestire un comparto senza di essa, sarebbe impossibile farlo. La cura al problema non può allora prescindere dal valutare anche questi specifici elementi, contestualizzandoli, e senza tenerne il debito conto. Un fatto è comunque certo: non è più tollerabile che l’Italia, a livello marittimo, abbia ancora queste criticità e che sia solo un’eventuale opzione “domestica”, senza una connotazione e un’attrattività internazionale.