Uno yacht arriva silenzioso nella baia, scivola sull’acqua azzurra incorniciata dai pini marittimi. Dopo il tuffo dell’ancora, solo il rumore delle cicale. Chi lo direbbe che sotto lo scafo immacolato, a muovere motori, luci, frigoriferi e aria condizionata c’è un reattore nucleare? Eppure questo è lo scenario al 2030 tratteggiato dallo studio di Rina Maxima (la società del gruppo che si occupa di superyacht) “Application of nuclear technology for superyachts”. «La propulsione nucleare in mare, in termini di sicurezza, vanta migliaia di ore operative registrate da portaerei, sottomarini e rompighiaccio – spiega Matteo Magherini, alla guida del North Europe Yachting Centre del Rina -. I mini-reattori modulari oggi allo studio incorporano elementi di sicurezza intrinseci, basandosi su sistemi di sicurezza passiva che non richiedono interventi esterni per arresti di emergenza».

Energia dalle scorie
Nello studio, dotato di una monumentale parte normativa e assicurativa, si valuta l’ipotesi di un superyacht da 150 metri che potrebbe ospitare un reattore di quarta generazione (oggi siamo in attesa della terza), come quello in fase di sviluppo da parte della Newcleo. Come scrive Salvatore Belsito, direttore esecutivo per lo shipping dell’azienda francese, si tratta del mini-reattore Lfr-Tl-40 alimentato con combustibile misto di uranio e ossido di plutonio. «Questo approccio – spiega Belsito – sfrutterà il materiale nucleare esistente proveniente dall’attuale ciclo del combustibile, così che i rifiuti nucleari vengano riprocessati e riutilizzati». Il sistema di raffreddamento sarebbe a piombo liquido, la vita del reattore oltre i 10 anni. La barca non avrà quindi mai bisogno di rifornirsi: niente distributori, sversamenti di gasolio, bomboloni del gas o altro.
E la sicurezza?
La tecnica del piombo liquido permetterebbe al reattore di operare a pressione atmosferica e non sotto pressione come gli attuali reattori. Il sistema userebbe neutroni veloci per mantenere la reazione di fissione, più efficienti nell’estrarre energia dal combustibile, riducendo così notevolmente la produzione di scorie. Questi neutroni veloci consumerebbero isotopi pesanti a lunga vita, responsabili della radiotossicità a lungo termine delle scorie nucleari. La produzione di elementi radioattivi sarebbe quindi limitata ai prodotti di fissione a breve vita che non richiedono lo stoccaggio a lungo termine nei famosi mega-depositi sotterranei di scorie che nessuno vuole vicino a casa. Il piombo liquido è chimicamente compatibile con acqua e aria, quindi non subisce reazioni chimiche rapide che potrebbero portare al rilascio di energia in caso di incidenti. Ancora: il piombo fonde a circa 327,5 gradi. Il reattore opera ben sopra di questa temperatura, ma se gli Houthi decidessero di bombardare lo yacht o questo finisse contro un iceberg, il piombo congelato manterrebbe il confinamento del nocciolo. Questo eviterebbe l’inquinamento delle acque e limiterebbe le radiazioni, preservando al contempo il potenziale di recupero del reattore. Il piombo congelato formerebbe un sarcofago intorno al nocciolo, che impedirebbe la dispersione dei radionuclidi.
Dove è montato il reattore?
Sullo yacht, scrivono Belsito e Giuseppe Zagaria, direttore tecnico Marine per il Sud Europa, il reattore è posizionato longitudinalmente a poppavia centrale. La sala reattore è lunga 20 metri. Il compartimento nucleare è separato dagli altri con una paratia di 2 metri. Generatori diesel garantirebbero i sistemi di ridondanza in caso di malfunzionamenti dei generatori principali o dell’impianto elettrico. La parte poppiera dello yacht è dedicata al sistema di propulsione elettrica del pod, ossia il motore che incorpora l’elica della barca.
energia per i porti
La potenza generata dallo yacht non solo lo renderebbe autosufficiente per una decade, ma lo renderebbe in grado di produrre energia per la rete elettrica alla quale si allaccerebbe in porto, ribaltando quindi il problema del cold ironing, che è sempre quello di trovare energia per tutte le navi attraccate.
L’accettazione sociale
Lo studio non trascura il tema dell’accettazione sociale, che anzi per gli esperti è un problema superiore alla stessa fattibilità tecnologica. Lo spiega bene John Leonida, avvocato e tra i maggiori esperti del settore superyacht, che sottolinea come qui si sposino due cose che in genere stanno particolarmente antipatiche: le regge galleggianti e l’energia atomica. Ma è altrettanto vero che in alcuni comparti della propulsione verde marina, come l’idrogeno, i progressi in corso si devono anche a diversi armatori di superyacht che oggi rischiano molti soldi (e in fin dei conti anche a un po’ di ferie in caso di imprevisti), aprendo così la strada alla massificazione di queste nuove tecnologie.