Genova – Sono passati 80 anni da quando i fratelli Egidio e Nanni Cressi iniziarono a produrre fucili per la pesca subacquea. Da allora Cressi Sub è diventata uno dei marchi più conosciuti al mondo nel settore dell’underwater. Negli anni Cinquanta è arrivata “Pinocchio”, la prima maschera con il naso, e ancora oggi, la più venduta della storia. Poi l’espansione internazionale, con sedi in Spagna, Francia, Brasile, Messico, Thailandia, Cina, Australia e, naturalmente, negli Stati Uniti. Senza dimenticare sponsorizzazioni che hanno fatto la storia, come quella di Jacques Mayol: il primo uomo al mondo a sfidare la barriera dei 100 metri in un’impresa che il regista Luc Besson ha raccontato nel film “Le Grand Bleu”. «Abbiamo già festeggiato con qualche brindisi insieme ai nostri clienti», racconta il general manager Marco Cressi. Il più importante si è tenuto Dusseldorf, in Germania, durante la più grande fiera europea dedicata alla subacquea.
Ottant’anni di storia. Quanto è cambiata Cressi Sub?
«In realtà, meno di quanto si possa pensare. Nonostante l’azienda si sia modernizzata, i pilastri rimangono subacquea, snorkeling e pesca subacquea. Anche il cuore della produzione è sempre rimasto a Genova: grazie alla quarantina di presse di via Adamoli continuiamo a far uscire dalla Liguria oltre il 50% della produzione».
È cambiato il modo di vivere il mare.
«Il settore si è evoluto. Se mezzo secolo fa tanti si immergevano da soli, con la propria bombola, oggi sono cresciuti i diving center e l’attenzione alla sicurezza è diventata centrale».
Anche la nuova legge sulla Subacquea va in questa direzione?
«Sì. Introduce l’obbligo del brevetto e quello di immergersi sempre in coppia. Sono due norme importanti per tutto il comparto».
Parallelamente, si sono evoluti i prodotti. Cosa chiede oggi il mercato?
«I grandi classici restano maschera, pinne e boccaglio: hanno fatto la storia dell’azienda. Ne potrei citare tanti, quattro in particolare».
Prego.
«Le maschere “Pinocchio” e “Big Eyes”. Le famose pinne galleggianti “Rondine”, che hanno segnato un’epoca. E ancora, per citare invece un prodotto molto in voga di recente, il Sup».
Che anno è stato il 2025?
«Di consolidamento. Abbiamo registrato una leggera crescita e, considerando il momento non semplice per la filiera, è un risultato che ci soddisfa».
I vostri mercati di riferimento?
«Gli Stati Uniti restano fondamentali, così come Spagna, Germania, Regno Unito e Francia. Aggiungerei anche Cina e Australia, mentre stiamo crescendo in Thailandia, Brasile, Messico ed Emirati Arabi. Soprattutto il mercato orientale stava rispondendo bene, poi il conflitto che ha coinvolto l’Iran ha rallentato tutto».
Più dei dazi?
«Sì. I dazi hanno creato tanta confusione, ma essendo un’azienda a conduzione familiare e molto agile siamo riusciti a reagire rapidamente. La guerra in Medio Oriente, invece, ha avuto conseguenze più pesanti».
In che modo?
«Non è aumentato soltanto il costo del petrolio, con effetti a cascata. Si sono praticamente congelate le operazioni. Diversi clienti hanno preferito attendere prima di confermare gli ordini».
D’altronde, il confronto con chi utilizza i vostri prodotti è determinante.
«Assolutamente. Molte innovazioni nascono dal loro ascolto. Solo per fare un esempio: anni fa ci fecero notare che le nostre pinne lunghe avevano una calzata troppo stretta per chi si immergeva in acque fredde. Abbiamo modificato il progetto e quel prodotto ha avuto un grande successo. Il dibattito deve rimanere aperto, anche online».
Quanto pesa oggi l’e-commerce?
«Genera più del 35% del fatturato».
E l’intelligenza artificiale?
«Al momento, la utilizziamo per analisi di mercato e integrazioni per il sito web. Sarebbe un peccato non sfruttarne il potenziale. Resta, però, fondamentale il contributo delle persone: oggi contiamo 70 dipendenti in Italia, 240 in tutto il mondo. Sono il cuore dell’azienda».
Le certificazioni sono un valore aggiunto o un peso?
«A volte ci si lamenta che sono troppe (ride, ndr). Ma sono fondamentali per tenere alti gli standard di qualità e sicurezza. In questo collaboriamo con un’altra eccellenza genovese: il Rina».
In Liguria è nato anche il Polo Nazionale della Subacquea. Avete un rapporto?
«Molto stretto. Collaboriamo da tempo con la Marina Militare come fornitori della filiera subacquea. I contatti sono frequenti».
Negli anni avete legato il vostro nome anche a grandi campioni. Il primo che viene in mente è Mayol.
«Jacques sfondò il limite dei 100 metri in apnea. Fu un evento epocale per i tempi, tanti scienziati erano convinti che l’uomo non potesse arrivare a certe profondità. Abbiamo collaborato anche con Umberto Pellizzari, che si spinse fino a 150 metri, e Guillame Néry. Inoltre, siamo stati il brand a vincere più coppe del mondo nella storia della pesca subacquea».
Oggi guida l’azienda insieme a suo padre Antonio. Dove immaginate Cressi Sub tra altri 80 anni?
«Bella domanda. Sono certo di una cosa: i nostri valori cardine – amore per il mare e qualità del prodotto – andranno tenuti sempre a mente. Immergersi non è come fare una passeggiata: ogni erogatore o computer subacqueo va testato prima di essere introdotto sul mercato. Guardare avanti di altri 80 anni è molto difficile. Ma l’azienda viene da una buona crescita ed è leader nel settore. L’obiettivo sarà rimanere tale».