“L’IA non metterà a rischio il lavoro. Più vantaggi per le piccole imprese”

Schmaldienst, manager della hi tech Transporeon: "I nuovi modelli abbattono il tema dei costi. Nelle aziende l'uomo eseguirà meno, ma deciderà di più"

Ultimo aggiornamento 23 settembre 2026 - 18:38

Bruxelles – «Negli ultimi 20 anni le aziende non sono riuscite a costruire uno standard comune per comunicare. Sì, c’è stata una progressiva regolazione del settore, standard nei documenti, ma la verità è che quando è arrivata la digitalizzazione, questa base comune si è persa». Così Bernhard Schmaldienst, Vice President Transporeon Products a margine dell’evento Trimble Insights di Bruxelles, dove il gruppo informatico ha presentato il suo nuovo modello di Intelligenza artificiale per logistica e trasporti.
Un settore, dice il manager, in cui «è prevalso l’approccio bilaterale: la mia rete si collega alla tua, la tua alla mia. Bene finché a collegarsi gli uni agli altri erano in 50. Ma poi ne sono arrivati altri 50, e altri 50, e così via… e si è creato un problema di una complessità esponenziale. Oggi tutti sono collegati con tutti: vero, ma ogni connessione differisce per tipo e qualità. E spesso i costi di gestione sono molto alti. Noi in allora abbiamo pensato a piattaforme in cui le varie aziende potessero collegarsi e dialogare su uno standard comune. Ma anche le piattaforme hanno iniziato a moltiplicarsi. E il tema dei costi ha finito per rappresentare, nella frammentazione, un’ulteriore barriera. Ora l’IA può mettere in comunicazione tutti i diversi processi digitali: mai come ora abbiamo possiamo trovare il linguaggio comune».
In un periodo di incertezze che si riflettono ovunque, come può l’IA prevedere l’imprevedibile?
«L’IA classica, ormai con noi da oltre 10 anni, si muove su principi deterministici. Raccoglie quanti più dati possibile, identifica più modelli, prova a fare predizioni. Caso classico, la stima dei tempi di arrivo di un camion. Questo è il modo tradizionale di fare IA, che può funzionare eccezionalmente bene, ma qui non ci interessa. L’IA generativa lavora diversamente: in azienda, le persone applicano un giudizio basato su informazioni condivise. Che permettono loro di prevedere, fatto 100 l’obiettivo, cosa può deviare da questo, valutando le relative opzioni. E lo stesso fa l’IA generativa, ma sommando una mole di dati che l’uomo da solo non gestirebbe».
Che ne sarà del lavoro delle persone?
«Oggi ancora molto del lavoro in azienda si concentra su qualcosa come, ad esempio, prendere dati dall’email e metterli in un altro sistema. Con un ragionamento, certo. Che però l’IA può fare eccezionalmente bene. Ciò che l’uomo può e deve continuare a fare, è gestire l’IA in fase esecutiva. Arc, l’agente IA che abbiamo presentato in questi giorni, prima di ogni azione che potrebbe cambiare significativamente il corso di un’attività, si ferma e chiede l’approvazione su come procedere: il processo “human in the loop”. Si passa così da una squadra di esecutori a una di persone che controllano l’esecuzione, prendendo – loro, non l’IA – le decisioni che contano. Cambiano i profili, ma rimangono le professionalità e il lavoro per l’uomo».
Con l’IA ci sono più o meno cyberischi?
«A ogni rivoluzione tecnologica, ci sono sempre benefici e rischi. Credo che il settore della cybersecurity stia facendo e farà sicuramente ancora un grande salto in avanti. Proprio grazie alla stessa IA».
Entro quanto tempo questo modello di IA sarà accessibile anche alle Pmi?
«La tecnologia non è mai stata accessibile come oggi. Prenda la nostra IA: si paga in base all’uso. Se è necessaria, si usa. Altrimenti rimane tra gli strumenti utili. Adotti insomma la migliore tecnologia per le situazioni dove serve davvero. La barriera tecnologica è uguale per tutti, grandi e piccoli. Anzi, per le grandi aziende c’è un tema complesso di permessi, processi, decisioni. Al contrario, la Pmi ha il vantaggio della flessibilità: unita alla tecnologia più avanzata, può diventare davvero competitiva».