Perna: “Al settore ittico ora serve un salto di tipo manageriale. Più valore in tutta la filiera”

Il direttore del Dipartimento di Management dell’Università Politecnica delle Marche: "Sempre più necessario il fattore umano". Avviato a San Benedetto del Tronto il primo corso universitario che va proprio in questa direzione

San Benedetto del Tronto è uno dei maggiori porti pescherecci in Italia

Ultimo aggiornamento 31 agosto 2026 - 10:21

C’è un punto oltre il quale parlare di Blue Economy soltanto in termini di sostenibilità rischia di essere riduttivo. Il vero tema è come trasformare il mare in una piattaforma di sviluppo, mettendo finalmente in relazione ciò che per troppo tempo abbiamo continuato a leggere per compartimenti: porti e pesca, logistica e ricerca, imprese e università, innovazione e capitale umano. È qui che si gioca una parte della partita dell’Adriatico. Non soltanto sulla capacità dei singoli territori di crescere, ma sulla possibilità di costruire un sistema economico capace di condividere conoscenze, infrastrutture e strategie lungo una dimensione che, per sua natura, non conosce confini amministrativi.

La filiera ittica è uno degli esempi più evidenti. La sua trasformazione non passa soltanto dalla tutela della risorsa, ma dalla capacità di creare valore: più managerialità, tecnologia, qualità, tracciabilità, mercato. E, soprattutto, nuove competenze. Perché senza capitale umano anche la migliore strategia di Blue Economy rischia di rimanere sulla carta. Di questa trasformazione abbiamo parlato con Andrea Perna, Direttore del Dipartimento di Management dell’Università Politecnica delle Marche.

na conversazione che prende le mosse dal corso di laurea triennale in Management per la Valorizzazione Sostenibile delle Aziende e delle Risorse Ittiche (MA.R.I.), un nuovo percorso formativo dedicato alla gestione sostenibile delle aziende e delle risorse ittiche, che trova a San Benedetto del Tronto, uno dei porti pescherecci più importanti d’Italia, il suo naturale punto di partenza, per poi allargare rapidamente lo sguardo.

Dalla pesca alla sostenibilità, dal capitale umano alla strategia EUSAIR, fino al ruolo di università e ricerca: il filo rosso è uno soltanto. L’Adriatico-Ionio deve smettere di essere soltanto uno spazio geografico e istituzionale e diventare sempre più uno spazio economico integrato. Perché la prossima sfida della Blue Economy non sarà soltanto proteggere il mare. Sarà creare valore dal mare senza consumarne il capitale naturale. E per riuscirci, prima ancora delle singole filiere, servirà una cosa che nell’Adriatico continua a essere la più difficile: imparare a fare sistema.

Professore, la pesca italiana è ancora troppo legata all’idea di settore tradizionale. Qual è il salto manageriale e culturale necessario per trasformarla in una delle filiere strategiche della Blue Economy, coniugando competitività, innovazione e tutela delle risorse?

“Il primo passaggio è proprio culturale: dobbiamo superare l’idea della pesca come attività esclusivamente tradizionale e iniziare a considerarla come parte di una filiera più ampia, inserita pienamente nella nuova economia del mare. Questo significa ragionare non soltanto in termini di produzione, ma di organizzazione della filiera, innovazione, qualità, logistica, commercializzazione e capacità di valorizzare il prodotto sui mercati. Il salto manageriale consiste proprio nella capacità di governare insieme questi elementi. Bisogna abituare gli operatori ad essere molto competitivi, ovviamente con un grande supporto socio-economico-politico. La competitività futura della pesca italiana dipenderà sempre di più dalla capacità di creare valore lungo tutta la filiera, attraverso tecnologie, conoscenza, nuove forme organizzative e una maggiore attenzione al mercato. Tutto questo, naturalmente, deve avvenire nel rispetto della risorsa marina, perché la sostenibilità della risorsa è la prima condizione per la sostenibilità economica della filiera stessa. In questo senso, credo che la vera sfida sia passare da una logica prevalentemente settoriale a una visione integrata e manageriale della filiera ittica. E il nostro paese ha sicuramente compreso il tema ed è attivo un modo proattivo”.

Andrea Perna

La sostenibilità sta diventando un fattore di competitività, non più soltanto un vincolo ambientale. Per le piccole e medie imprese della filiera ittica può diventare realmente un vantaggio di mercato? E quanto contano certificazioni, innovazione e valorizzazione del prodotto?

“Credo che oggi la sostenibilità debba essere letta sempre meno come un semplice vincolo e sempre più come una possibile leva economica e competitiva. Per una piccola o media impresa della filiera ittica questo significa riuscire a trasformare comportamenti sostenibili in elementi riconoscibili dal mercato: qualità del prodotto, origine, tracciabilità, sicurezza, riduzione degli sprechi, utilizzo responsabile delle risorse. Le certificazioni possono svolgere un ruolo importante, perché rendono visibili e verificabili determinate caratteristiche del prodotto o del processo produttivo. Ma da sole non sono sufficienti. Devono inserirsi in una strategia più ampia che comprenda innovazione, capacità commerciale e valorizzazione del prodotto. Il punto centrale è proprio questo: la sostenibilità crea valore quando l’impresa riesce a tradurla in qualità percepita e differenziazione sul mercato. Voglio però rendere un punto che spesso sfugge: fare sostenibilità implica sviluppare forti relazioni tra operatori e pertanto sposare una logica fortemente orientata alla collaborazione. Non si fa sostenibilità in modo isolato”.

Il corso MA.R.I. nasce per formare una figura nuova, capace di integrare competenze economiche, manageriali, biologiche e ambientali. Quali sono oggi le competenze che mancano maggiormente alla Blue Economy italiana e quale sarà il profilo del manager del mare nei prossimi dieci anni?

“Credo che uno dei principali bisogni della Blue Economy riguardi proprio il capitale umano. Abbiamo certamente competenze molto specialistiche, ma spesso manca la capacità di integrarle. È esattamente da questa esigenza che nasce MA.R.I. La trasformazione della filiera ittica richiede persone capaci di comprendere contemporaneamente le logiche economiche dell’impresa, il funzionamento dei mercati, le caratteristiche delle risorse marine e le implicazioni ambientali delle decisioni. Non immagino quindi una figura estremamente specialistica, quanto piuttosto un professionista capace di mettere in relazione competenze diverse e di accompagnare l’innovazione delle imprese e delle filiere ittiche. È questa capacità di integrazione, a mio avviso, che diventerà sempre più importante nei prossimi dieci anni”.

L’Adriatico-Ionio può diventare una vera macroregione economica integrata, superando la dimensione istituzionale della strategia EUSAIR per costruire politiche comuni su pesca, portualità, ricerca, innovazione e capitale umano?

“Ritengo che questa sia una delle grandi opportunità della regione Adriatico-Ionica. La strategia EUSAIR ha avuto il merito di costruire un quadro istituzionale di cooperazione molto importante. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare sempre di più questa dimensione istituzionale in una vera capacità di integrazione economica. Pesca, portualità, logistica, ricerca, innovazione e formazione sono ambiti profondamente interconnessi e, soprattutto, sono questioni che difficilmente possono essere affrontate esclusivamente su scala nazionale. L’Adriatico-Ionio ha caratteristiche che rendono particolarmente importante questa prospettiva: è uno spazio economico e ambientale condiviso, all’interno del quale imprese, territori, porti, università e istituzioni sono fortemente interdipendenti. Occorre quindi fare un passo ulteriore: passare dalla cooperazione tra singoli progetti alla costruzione di una vera strategia economica macroregionale, capace di mettere in comune competenze, infrastrutture, conoscenze e capitale umano. In questo processo, anche le reti universitarie come UniAdrion possono svolgere un ruolo importante nel rafforzare la cooperazione scientifica, la formazione e la circolazione delle competenze all’interno dell’area”.

Cambiamento climatico, pressione sulle risorse, nuove tecnologie e trasformazione dei mercati stanno ridisegnando l’economia del mare. Quale partita strategica si gioca nell’Adriatico e quale ruolo dovranno avere università e ricerca nel collegare conoscenza, imprese e territori?

“La partita è particolarmente importante perché molte delle trasformazioni che stanno interessando l’economia del mare si manifestano nell’Adriatico in maniera molto evidente. Il cambiamento climatico modifica gli ecosistemi e la disponibilità delle risorse mentre la tecnologia cambia i processi produttivi e le modalità di monitoraggio. Tutto ciò impone alle imprese e ai territori una capacità di adattamento molto più rapida rispetto al passato. In questo scenario università e ricerca devono avere un ruolo centrale, ma credo sia necessario superare anche qui una visione tradizionale. Non basta produrre conoscenza: occorre riuscire a trasferirla e a metterla a disposizione delle imprese, delle istituzioni e dei territori. L’università può diventare quindi un vero punto di connessione tra ricerca scientifica, formazione, innovazione e sistema produttivo a patto che si mettano da parte logiche troppo, talvolta, locali. L’operazione deve essere di sinergia tra Università e stakeholders”.