Tra villaggi agricoli e scenari industriali emergenti si consuma un paradosso: l’Ungheria ambisce a diventare polo europeo della produzione di batterie per veicoli elettrici, ma il suo sogno verde inciampa su problemi ambientali, economici e sociali. La strategia è chiara: attrarre investimenti, creare migliaia di posti di lavoro e rivestire un ruolo centrale nella transizione energetica.
Da un lato, realtà come CATL stanno scommettendo miliardi su impianti giganti. Il governo di Viktor Orbán ha iniettato quasi 3,8 miliardi di euro — pari al 2 per cento del Pil nazionale — in sussidi e infrastrutture per sostenere il progetto, rendendo l’Ungheria uno dei principali hub europei per batterie. La regione di Debrecen è teatro di uno dei maggiori investimenti cinesi in Europa, un impianto da 7 miliardi di euro destinato a produrre 100 GWh all’anno, contribuendo a posizionare il Paese al quarto posto nel mondo per produzione di accumulatori.
Dall’altro, nuovi stabilimenti come quelli di Samsung e SK hanno subito arresti produttivi: la produzione è crollata a meno della metà rispetto ai picchi del 2023, con perdita di centinaia di posti di lavoro in siti industriali consolidati. La domanda rallenta, i mercati non reggono le aspettative iniziali, e la pressione competitiva asiatica spinge gli operatori al ridimensionamento.
Il quadro appare quindi segnato da una contraddizione strutturale. Da una parte la retorica governativa celebra la crescita, la diversificazione economica e la creazione di una catena industriale completa — dalla componentistica alla ricerca applicata — con l’obiettivo, entro il 2030, di raggiungere i primi cinque posti globali per produzione, ricerca e brevetti nel settore. Dall’altra, sul terreno, crescono le proteste civili. Contadini, comitati ambientali e semplici residenti si oppongono agli impianti eretti a ridosso dei campi coltivati, stressando risorse già fragili come l’acqua. Un esempio paradigmatico è il caso, citato dai media locali, di Judit Szemán, produttrice biologica di verdure fuori Debrecen, che ora si confronta quotidianamente con ruspe e capannoni davanti al suo orto. Lei e altri cittadini hanno intentato una causa contro le autorizzazioni ambientali del sito CATL, lamentando l’erosione del proprio territorio e l’incapacità delle istituzioni di preservarli.
Dalla capacità di reggere le critiche non si salva nemmeno la normativa ambientale. Solo nel 2024 il settore delle batterie è stato incluso nella normativa europea sulle emissioni industriali (Industrial Emissions Directive). In Ungheria è scattato un irrigidimento dei limiti su sostanze tossiche come il NMP e gli ossidi di nichel, manganese e cobalto. Permangono però dubbi sull’effettiva applicazione di questi vincoli e sulla capacità della burocrazia di monitorarli efficacemente, soprattutto davanti alla mole di rifiuti chimici attesi.
Nel frattempo il panorama europeo registra segnali di allarme: il fallimento di realtà come Northvolt evidenzia le difficoltà del Vecchio Continente a emanciparsi dalla dipendenza asiatica. Leader europei nel settore metalli ed energie rinnovabili invitano a puntare su collaborazioni anche con asiatici, ma imponendo condizioni chiare: stabilimenti, tecnologia e posti di lavoro sul territorio, non solo importazione di capitali. In Ungheria, la strategia di apertura verso Est è motivo di tensione geopolitica: si teme che senza contropartite sostanziali, il Paese rischi di esportare valore invece di assimilare conoscenze.
Nel frattempo, l’Europa affronta una grave carenza produttiva: quasi il 72 per cento della domanda interna di batterie EV resta insoddisfatta, con tante fabbriche cancellate e un continua dipendenza dalle importazioni. Eppure l’Ungheria vuole interpretare un ruolo guida, convinta che il futuro si valuti per chi produce. Resta da capire se sarà una scelta lungimirante o un boom costruito nella sabbia: terreno fertile per investimenti, ma anche per dissensi e fragilità.