L’accordo ventilato da qualche giorno tra Iran e Oman per la regolamentazione del passaggio nello Stretto di Hormuz ancora non è stato finalizzato e già si è fatta sentire l’opposizione delle principali associazioni armatoriali a qualsiasi possibilità di pedaggio, qualsiasi nome gli si voglia dare. In una lettera aperta inviata al Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres e al segretario dell’International Maritime Organization Arsenio Dominguez i leader delle principali organizzazioni internazionali dello Shipping chiudono a qualsiasi ipotesi di accordo che consenta alle autorità iraniane di percepire una percentuale sul carico trasportato dalle navi che entrano nel Golfo Persico.
Nella missiva si legge che “la possibilità per le navi mercantili di navigare in acque internazionali” liberamente è “fondamentale per la catena degli approvvigionamenti, la stabilità economica e la sicurezza energetica”. Così, continua la nota, “l’introduzione di una tassa obbligatoria o di una tariffa di servizio che è un pedaggio di fatto […] rappresenterebbe una violazione significativa rispetto alla prassi internazionale”. Poi si nota che queste imposte si ripercuoterebbero “sui prezzi dell’energia, sull’inflazione e su una maggiore incertezza economica”. E si conclude con una presa di posizione netta: “dobbiamo garantire che i diritti di navigazione internazionalmente riconosciuti non siano compromessi o utilizzati come leva per un negoziato politico più ampio”.
Poi ci sono le firme di presidenti e segretari generali dei maggiori gruppi armatoriali: Asian Shipowners’ Association, Bimco, che raccoglie gli armatori del Mar Baltico, Cruise Lines International Association, la European Community Shipowners’ Association, la International Chamber of Shipping che raccoglie l’80% degli operatori mondiali, più Intercargo e Intertanko, che si occupano di carichi secchi e liquidi e infine il World Shipping Council che annovera le linee di navigazione che usano rotte prefissate.
Nei retroscena diffusi dalla Reuters, l’Iran avrebbe pensato a una cifra compresa tra il 5 e il 7%, mentre l’Oman preferirebbe che la cifra sia intorno al 3%, mentre gli Stati Uniti non vogliono affatto pedaggi di alcun tipo. Ed è anche questo un punto importante: Washington ha sanzionato l’Autorità dello Stretto e del Golfo Persico, l’agenzia che Teheran ha creato lo scorso maggio per gestire il traffico nel piccolo braccio di mare. E il Dipartimento del Tesoro ha esplicitamente proibito ai cittadini statunitensi di usufruire dei servizi iraniani per garantirsi un “passaggio sicuro nello Stretto”.
E secondo una fonte interna del Dipartimento, la sanzione potrebbe portare anche un congelamento degli asset. Infine, c’è anche un ostacolo dal punto di vista: a fine luglio la Lloyd’s Market Association, la sezione del Lloyd’s di Londra che si occupa di assicurazioni marittime all’interno di quello che rimane uno dei più grandi mercati assicurativi del mondo, ha affermato che, qualora una nave pagasse per il transito, la copertura assicurativa verrebbe immediatamente rescissa. Un divieto esplicito che complica ulteriormente il quadro.
Da parte iraniana però non si desiste, anzi si rilancia. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale del regime iraniano Fars una commissione parlamentare sta analizzando un disegno di legge che proibirebbe alle navi provenienti da paesi considerati “ostili” come Stati Uniti e Israele e imporrebbe una multa pari al 20% del carico per qualsiasi violazione delle regole. Il deputato Abbas Salimi, figura legata all’ala conservatrice e oltranzista del regime nonché primo firmatario del provvedimento, ha comunque detto che manca ancora una revisione finale e ha aggiunto che mancano anche eventuali aggiunte di specialisti di settore prima che la bozza venga finalizzata e votata. Ad ogni modo, non solo l’apertura dello Stretto appare remota, ma anche l’accordo tra Iran e Oman, considerato come propedeutico a una ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti, sembra allontanarsi sempre di più.