Il 14 ottobre rischia di diventare una data simbolo per la blue economy globale. Da un lato scatteranno i nuovi dazi incrociati tra Stati Uniti e Cina, che colpiranno anche le navi battenti bandiera cinese nei porti americani e viceversa. Dall’altro, a Londra, si aprirà il meeting internazionale sul Net-Zero Framework, destinato a definire le linee guida per una tassazione ambientale globale del trasporto marittimo.
Due fronti apparentemente distinti ma, in realtà, legati dallo stesso filo conduttore: la crescente competizione economica e regolatoria sul futuro del mare. A partire dal 14 ottobre, Washington introdurrà special port fees per le navi cinesi che attraccano nei suoi terminal, mentre Pechino ha annunciato misure speculari sui cargo americani. Si tratta del primo passo concreto dopo mesi di tensione diplomatica e di reciproche accuse. Dietro la decisione americana c’è la volontà di punire Pechino per le restrizioni all’export di minerali critici e componenti elettronici, introdotte la scorsa estate. Dal canto suo, la Cina rivendica il diritto di reagire a quella che definisce «una guerra tecnologica e commerciale mascherata».
Gli analisti stimano che le nuove tariffe potrebbero incidere fino al 5% sui costi di scalo per le compagnie coinvolte, soprattutto nel settore container e rinfuse. «Non si tratta solo di un dazio doganale, ma di una mossa strategica per limitare la penetrazione commerciale dell’avversario nei rispettivi mercati portuali», spiegano gli analisti. «È un segnale che la logistica navale è ormai diventata un’arma di politica estera». Gli effetti potrebbero essere particolarmente sensibili per le rotte transpacifiche, dove gli operatori stanno già affrontando ritardi e rialzi di costo legati ai conflitti in Medio Oriente e alle tensioni sul canale di Panama.
Nello stesso giorno, a migliaia di chilometri di distanza, Londra ospiterà la prima conferenza globale sul Net-Zero Framework per lo shipping, un’iniziativa sostenuta dall’International Chamber of Shipping (ICS) e da un gruppo di Stati marittimi europei e asiatici. L’obiettivo è definire un sistema di tassazione uniforme sulle emissioni di CO₂ e metano delle navi, in vista dell’implementazione del nuovo carbon levy previsto dall’IMO entro il 2026. Sul tavolo ci sono diverse ipotesi: da un prezzo minimo del carbonio di 150 dollari per tonnellata di CO₂ a un sistema più flessibile basato su crediti di compensazione e incentivi ai carburanti alternativi (ammoniaca, metanolo, e-fuels). «Il Net-Zero Framework può rappresentare per lo shipping quello che l’accordo di Parigi è stato per l’energia» afferma una fonte dell’ICS. «Ma bisogna evitare che la transizione ecologica diventi una nuova barriera commerciale». Non è un caso che, tra i partecipanti, figurino anche rappresentanti cinesi e americani, oltre all’Unione Europea. Entrambi i Paesi vedono nel dossier ambientale una leva per consolidare la propria influenza industriale: la Cina come fornitore di tecnologie verdi, gli Stati Uniti come promotori di standard globali ispirati alla propria normativa domestica.
La coincidenza tra le due agende — quella geopolitica dei dazi e quella ambientale delle tasse verdi — non è solo un fatto di calendario. Secondo diversi osservatori, il rischio è che la decarbonizzazione del trasporto marittimo si trasformi in un nuovo terreno di competizione industriale, più che in una collaborazione multilaterale. «Ogni volta che si introduce una tassa, si crea anche un vantaggio competitivo per chi riesce a controllarne le regole» osserva un analista di BRS Group. «E oggi nessuna grande potenza vuole restare fuori dal tavolo». Il risultato è che la flotta mondiale, già sotto pressione per i costi dei carburanti alternativi e per i nuovi requisiti EEXI e CII, dovrà prepararsi a una doppia transizione: economica e ambientale. Le compagnie più esposte — in particolare i grandi carrier container — stanno già valutando strategie di riequilibrio delle rotte e delle registrazioni di bandiera, nel tentativo di mitigare l’impatto delle nuove imposte.
Il 14 ottobre, dunque, potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per la blue economy globale. Da una parte, la frammentazione dei mercati e le barriere commerciali rischiano di minare le catene del valore marittimo. Dall’altra, la spinta verso il Net-Zero può accelerare l’innovazione e attirare investimenti nelle tecnologie pulite per lo shipping, dai biocarburanti ai sistemi digitali di ottimizzazione delle rotte. «Siamo davanti a un bivio» spiegano gli esperti dell’Università di Singapore. «O il mare diventa terreno di scontro fiscale e industriale, o diventa il laboratorio del nuovo ordine sostenibile». Il futuro dello shipping si decide contemporaneamente su due fronti — Washington e Londra — e in un solo giorno