A pochi giorni dal vertice tra Donald Trump e Xi Jinping del 24 settembre, emerge un’accusa circostanziata di spionaggio nei confronti di una compagnia privata cinese.
Due alti funzionari dell’amministrazione Trump interpellati dall’agenzia Reuters hanno puntato il dito contro il gigante dello shipping Cosco, uno dei tre maggiori operatori al mondo. Secondo la ricostruzione sarebbe attiva da una decina d’anni una partnership della società basata a Hong Kong con il governo cinese per la raccolta di informazioni destinate all’intelligence sui segnali emessi da navi e aerei in Europa, Nord America e Asia.
Tramite l’uso di apparecchiature e software non meglio specificati «di derivazione militare»: l’obiettivo sarebbe il monitoraggio costante delle rotte marittime sia militari che commerciali, affermano gli ufficiali rimasti anonimi. Il 1° settembre è arrivata la risposta dell’ambasciata della Repubblica Popolare a Washington con una dichiarazione del portavoce Liu Chang. Il funzionario ha detto seccamente che quella della “raccolta dati d’intelligence” «è una narrazione senza alcun fondamento che cerca di demonizzare la Cina».
Il 4 settembre anche Cosco ha risposto con una nota dove si dice che le loro attività «sono sempre state indirizzate ad attività di mercato» e «tutte le nostre comunicazioni di servizio, di emergenza e di sicurezza sono fatte solo per legittime ragioni commerciali».
Questa è solo l’ultima di una serie di accuse di spionaggio a grandi gruppi cinesi che sono state fatte da parte statunitense. Una delle più gravi risale ai tempi dell’amministrazione di Joe Biden: a settembre 2024 era uscito il risultato di un’inchiesta durata un anno, realizzata dalla Commissione ristretta della Camera dei Rappresentanti, indirizzata alla società Zhenhua Heavy Industries (Zpmc), azienda cinese di proprietà statale produttrice di attrezzature portuali, soprattutto gru, molto utilizzate negli scali americani, con una percentuale di uso dell’80%, a causa della mancanza di alternative made in Usa.
Nella relazione si leggeva che Zpmc avrebbe installato dei modem sulle strutture metalliche che operavano nei porti americani, creando quindi una porta di accesso per lo spionaggio di Stato.
Non c’era solo quello, secondo i legislatori: «potenzialmente si potevano anche bloccare le operazioni di carico e scarico da remoto». Come nel caso di una fornitura di armi destinate ai Taiwan, era l’esempio utilizzato.
La conclusione dell’indagine quindi chiedeva ai legislatori di emettere delle linee guida destinate ai porti per disattivare quel tipo di modem sospetti qualora venissero trovati. Si era sotto elezioni e alla fine non venne realizzato nulla.
Però qualcosa già era successo: a gennaio 2024 il presidente Biden aveva emesso un ordine esecutivo per rafforzare la cybersicurezza negli scali commerciali e la Federal Communications Commission già nel 2022 aveva vietato la vendita di componenti Huawei per le telecomunicazioni.
La stessa Cosco nel gennaio 2025 era stata inserita dal Pentagono nella lista delle compagnie con legami con le forze armate cinesi e anche se questo aveva causato un danno reputazionale, non aveva ricevuto sanzioni formali.
Oggi appare ancora più improbabile che accada qualcosa: uno dei temi sul tavolo del vertice del 24 settembre sarà proprio la proroga della tregua commerciale tra Cina e Stati Uniti siglata a ottobre 2025, un accordo che aveva deciso anche la sospensione del rialzo delle tasse portuali indirizzato alle multinazionali dello shipping con sede nel Paese del Dragone per favorire la rivitalizzazione dell’industria marittima a stelle e strisce.
Oggi però l’obiettivo è evitare un rialzo dei prezzi dei beni di consumo alla vigilia delle elezioni di metà mandato di novembre, evento che accadrebbe di sicuro in caso di ripresa di una nuova guerra dei dazi tra Washington e Pechino. —