La nave russa sequestrata nell’Artico: così la Norvegia prova a incassare i 4,2 miliardi da Mosca

Il cargo "Professor Molchanov" fermato alle Svalbard su ordine di un tribunale norvegese. È il primo risultato concreto della strategia ucraina per recuperare il maxi-risarcimento imposto alla Russia per gli asset confiscati in Crimea

Ultimo aggiornamento 3 settembre 2026 - 10:23

La guerra passa anche dalle navi. E questa volta il fronte è quello, gelido, dell’Artico. La Norvegia ha sequestrato il cargo “Professor Molchanov”, nave di proprietà russa utilizzata per crociere commerciali, mentre si trovava nelle acque dell’arcipelago delle Svalbard. A muoversi è stata la giustizia norvegese, su richiesta di Naftogaz, la società energetica ucraina che da anni cerca di trasformare una sentenza internazionale in denaro reale.

Sul tavolo ci sono 4,22 miliardi di dollari, più interessi e costi legali. È questa la somma che la Russia è stata condannata a pagare a Naftogaz per la confisca dei suoi beni in Crimea dopo l’annessione del 2014. Mosca non ha pagato. E Kiev ha quindi cominciato a cercare in giro per il mondo gli asset russi che possano essere utilizzati per dare esecuzione alla sentenza.

Il Professor Molchanov è finito dentro questa strategia.

Secondo lo studio legale statunitense Covington, che rappresenta Naftogaz, la nave era sotto osservazione da mesi. Gli avvocati aspettavano il suo arrivo alle Svalbard, dove il mercantile era diretto verso Barentsburg, l’insediamento minerario russo sull’arcipelago. Una volta individuata la finestra, Naftogaz ha chiesto al tribunale norvegese il sequestro dell’imbarcazione e la sua successiva vendita forzata.

Il Nord-Troms and Senja District Court ha accolto la richiesta lunedì. L’ordine impone al governatore delle Svalbard di procedere al sequestro, supervisionare la nave e impedirne lo spostamento. Dopo un confronto durato circa 24 ore con la Guardia costiera norvegese, il Professor Molchanov è stato quindi bloccato e resterà alle Svalbard.

Per Kiev è molto più di un singolo sequestro. È il tentativo di costruire un precedente: se Mosca non intende pagare volontariamente quanto stabilito da un arbitrato internazionale, saranno gli asset russi all’estero a diventare il terreno sul quale recuperare il risarcimento.

Naftogaz aveva iniziato la propria battaglia legale nel 2016, chiedendo un indennizzo per l’espropriazione delle proprietà in Crimea. Nell’aprile 2023 un tribunale arbitrale dell’Aia ha riconosciuto alla società 4,22 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono interessi e spese. Da allora, però, la Russia non ha versato quanto dovuto.

«La Russia non può sottrarsi alle proprie responsabilità semplicemente rifiutandosi di rispettare una sentenza arbitrale internazionale», ha dichiarato il ceo ad interim di Naftogaz, Sergii Fedorenko.

La risposta russa è arrivata attraverso l’agenzia statale TASS: il ministero degli Esteri di Mosca ha definito l’operazione norvegese una «pirateria». La Russia contesta inoltre il procedimento di esecuzione, sostenendo di non essere stata adeguatamente informata.

Ma il caso del Professor Molchanov sembra destinato a essere soltanto uno dei capitoli della partita. Naftogaz ha infatti spiegato di stare coordinando azioni giudiziarie in più Paesi, tra cui Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Finlandia, dove sono già presenti asset russi congelati.

È qui che il caso assume una dimensione più ampia per il mondo dello shipping. La nave non è stata sequestrata perché coinvolta direttamente nella guerra o perché soggetta a una misura sanzionatoria: è diventata, secondo la procedura avviata da Naftogaz, un possibile asset aggredibile per dare esecuzione a un risarcimento.

È una distinzione importante, perché apre un terreno nuovo nella guerra economica contro Mosca. Non si tratta più soltanto di congelare beni russi per impedire che vengano utilizzati: il passo successivo è provare a trasformarli in liquidità per risarcire soggetti che hanno ottenuto una decisione favorevole contro la Russia.

E il mare, ancora una volta, offre uno degli strumenti più mobili e internazionali per farlo.

Il Professor Molchanov, fermo alle Svalbard, diventa così il simbolo di una partita che potrebbe estendersi molto oltre l’Artico. Naftogaz lo dice apertamente: continuerà a cercare asset russi nel mondo fino a quando il risarcimento riconosciuto alla società e alle altre controllate del gruppo non sarà pagato.

La guerra, dunque, continua anche quando non sparano i cannoni. E questa volta passa attraverso un ordine di sequestro, una nave da crociera russa e una sentenza da 4,2 miliardi di dollari che Kiev sta provando, pezzo dopo pezzo, a rendere finalmente esecutiva.