Negli Usa torna l’idea di una compagnia marittima pubblica: “Serve per ridurre la dipendenza dai grandi vettori esteri”

Un rapporto dell'Open Markets Institute propone la creazione di una linea container sostenuta dal governo federale. Nel mirino la concentrazione del mercato, dominato da sei grandi compagnie che controllano oltre il 90% del commercio marittimo statunitense sulle principali rotte.

Ultimo aggiornamento 28 luglio 2026 - 10:27

Un think tank statunitense propone la creazione di una compagnia container pubblica per ridurre la dipendenza degli Usa dai grandi carrier internazionali e rafforzare la sicurezza della supply chain.

Gli Stati Uniti dovrebbero valutare la creazione di una compagnia di navigazione container sostenuta dal governo federale per ridurre la dipendenza dai grandi armatori stranieri e rafforzare la resilienza della catena logistica nazionale. È la proposta contenuta nel rapporto “Creating a Publicly Accountable Ocean Supply Chain” pubblicato dall’Open Markets Institute, think tank di Washington specializzato in politiche antitrust.

Secondo lo studio, sei compagnie di navigazione controllano oggi quasi l’80% della capacità mondiale di trasporto container e oltre il 90% del commercio marittimo statunitense sulle principali rotte internazionali, una concentrazione che gli autori definiscono una sorta di “cartello dei container”.

Il rapporto sostiene che quarant’anni di deregolamentazione, fusioni e sviluppo delle alleanze armatoriali abbiano reso importatori, esportatori e persino il sistema della difesa americano dipendenti da decisioni prese da società con sede all’estero.

A conferma della perdita di peso della flotta nazionale, lo studio evidenzia come le navi portacontainer battenti bandiera statunitense impiegate nei traffici internazionali siano ormai appena 58, meno dell’1% della flotta mondiale. Una situazione che, secondo gli autori, espone Washington non solo sul piano commerciale ma anche sotto il profilo strategico, poiché il Paese dipende da vettori esteri anche per garantire la capacità di trasporto marittimo in caso di crisi o emergenze.

L’autore del rapporto, Arnav Rao, sostiene che il trasporto container debba essere considerato un’infrastruttura critica al pari di reti energetiche o ferroviarie. Nel documento si accusa inoltre i principali operatori di poter sfruttare contratti poco trasparenti, politiche tariffarie discriminatorie, cancellazioni di partenze (“blank sailings”), ritardi e sovrapprezzi, penalizzando soprattutto i piccoli esportatori e il manifatturiero.

La proposta più innovativa è la creazione di un operatore pubblico capace di garantire collegamenti marittimi affidabili verso i mercati esteri quando gli armatori privati non assicurino servizi regolari o condizioni di accesso eque.

Accanto a questa misura, il think tank propone un rafforzamento dei poteri di vigilanza della Federal Maritime Commission sulle alleanze tra compagnie di navigazione, il ripristino di maggiori obblighi di servizio pubblico per i vettori, incentivi alla crescita della flotta battente bandiera Usa e un potenziamento della formazione dei marittimi americani.

Sebbene gli accordi di cooperazione tra i grandi carrier siano già sottoposti al controllo della Federal Maritime Commission e godano di specifiche esenzioni alla normativa antitrust, gli autori ritengono che l’attuale sistema di vigilanza non sia più sufficiente. Il nodo, conclude il rapporto, non riguarda soltanto dove vengono costruite le navi, ma soprattutto chi controlla le reti di trasporto attraverso cui merci, imprese e consumatori americani accedono ai mercati globali.