Dopo 3 anni di ristrutturazione e 10 milioni investiti con il Pnrr, è partito il countdown per l’apertura della nuova sede dell’Accademia Italiana della Marina Mercantile che avverrà tra pochi giorni, il 18 settembre.
Il nuovo hub a Palazzo Tabarca, nella Darsena genovese, tra Istituto Nautico e Università di Genova, darà vita a un cluster di formazione marittima unico in Italia. Con 25 simulatori, 6 mila metri quadri e mille studenti previsti entro dicembre, il Tabarca si prospetta come il più grande centro tecnologico marittimo del Mediterraneo. Ne parliamo con il presidente, Eugenio Massolo.
Questa nuova sede che cosa dice dell’Accademia che volete costruire nei prossimi anni?
«La nuova Accademia racconta due cose. La prima: la sensibilità delle istituzioni locali verso la formazione, che ci ha dato la possibilità di costruire una sede molto più funzionale rispetto alla precedente. L’installazione di impianti di simulazione di altissimo livello non solo cambierà l’impostazione didattica, ma potrà diventare anche un punto di riferimento per il servizio alle imprese e alla ricerca. Questo ci ha consentito di impegnare le risorse del Pnrr. La seconda è la possibilità di sviluppare un’idea nuova dell’Accademia, in cui le tecnologie diventano il cuore della didattica e le capacità di sviluppo diventano molto più ampie. C’è poi il tema della residenzialità. Circa la metà dei nostri allievi proviene da fuori provincia: la possibilità di offrire il campus al terzo piano dell’edificio cambia l’accessibilità ai nostri corsi».
Qual è oggi la sfida più urgente per la formazione marittima italiana: attrarre giovani, prepararli meglio o riuscire a trattenerli nel settore?
«Attrarre giovani è uno dei temi più importanti. Il settore marittimo è ancora abbastanza attrattivo, ma ha le sue difficoltà. È un lavoro particolare: lunghi periodi fuori casa, responsabilità elevate, vita di bordo. Non è facile trasmetterne le opportunità ai giovani e, per di più, in ampie regioni italiane non esiste un istituto nautico. Anche dove il nautico c’è, escono sempre meno ufficiali di macchina: ogni cinque classi di coperta ne esce una di macchina. Ma anche trattenerli è un problema. Il ritorno economico è un vantaggio, ma a volte non è equiparato al sacrificio del mestiere. Chi naviga tutta la vita è sempre più raro: le carriere nautiche tendono a essere più brevi in tutta Europa. Intorno ai quarant’anni sempre più marittimi scelgono alternative a terra. Ma questo non è necessariamente un male, perché il personale marittimo alimenta poi il cluster anche a terra. Chi naviga ha competenze organizzative, comunicative e manageriali uniche. Se perdi i marittimi perdi anche quelle. Già nel 2001 il Libro bianco sui trasporti della Commissione Europea segnalava il calo dei marittimi europei e il rischio di impoverire l’intero cluster. Il problema è permettere un turnover sufficiente per alimentare sia mare sia terra. Problema che potrebbe essere in parte risolto implementando la componente femminile a bordo, ancora molto bassa – sebbene negli ultimi anni stiano crescendo le allieve ufficiali, soprattutto di Coperta, avvicinandosi al 6-7% del Nord Europa».
Quanto l’Accademia deve cambiare per seguire l’evoluzione delle navi e quanto, invece, deve essere capace di anticiparla?
«La componente di successo dell’Its è l’essere pronti a rispondere all’evoluzione tecnologica delle imprese nel momento in cui si realizza. Preparare oggi i tecnici per domani è una formula che non ha senso: bisogna prepararli per l’oggi. Nessuno può prevedere quale sarà l’innovazione tecnologica di domani. Il nostro obiettivo è formare tecnici in grado di rispondere, nella loro carriera, a cambiamenti tecnologici molto rapidi. È il rapporto costante con le imprese che consente di sviluppare competenze utili e restare aggiornati. A questo si aggiungono competenze trasversali che permettano di affrontare anche le trasformazioni del domani. Anticipare il futuro? L’Accademia ha una funzione intermedia tra imprese e università. Non è nelle sue corde fare ricerca pura, però può sviluppare ricerca applicata. Con la nuova sede riuscirà sempre più a mettere insieme la ricerca universitaria con le esigenze delle imprese, dando vita a progetti e prototipi interessanti».
Tra cinque anni, quali risultati dovrebbero farvi dire che questa nuova sede è stata davvero un investimento riuscito?
«Potremo dire di aver ottenuto buoni risultati se riusciremo a mantenere un trend positivo di allievi. Non necessariamente nel senso di continuo aumento, ma di numeri che ci consentano di soddisfare la platea di aziende con cui collaboriamo e di migliorare la qualità degli ufficiali che immettiamo sul mercato. C’è da considerare la competizione internazionale: non è difficile trovare ufficiali nel mondo e le aziende possono accedervi con facilità. Il problema è sostenere una competizione in cui anche Paesi extraeuropei avanzano sul piano della formazione e delle competenze. La nostra sfida è fornire competenze eccellenti, che attraggano le compagnie più sviluppate, le cosiddette major. Potremo dire di aver raggiunto l’obiettivo anche nel momento in cui l’Accademia non sarà soltanto un buon centro di formazione dei marittimi, ma anche un luogo dove le imprese troveranno risposte sul fronte della ricerca applicata».