Lavorano a bordo delle navi, garantiscono servizi essenziali per i passeggeri, sono assunti da società italiane e soggetti alla previdenza italiana. Eppure, quando si ammalano, rischiano di rimanere senza la relativa indennità. È il paradosso che sta interessando molti lavoratori dipendenti delle società concessionarie dei servizi di bordo. Si tratta cioè di quelle società che forniscono sulle navi passeggeri i servizi alberghieri o di ristorazione, come per esempio il gruppo Ligabue – concessionaria per compagnie come Moby, Tirrenia, Grimaldi, Caronte & Tourist o Blue Navy. Il tema nasce da una questione tecnica, ma rischia di trasformarsi in un problema ben più ampio: quello in primis della tutela dei lavoratori, e in prospettiva della stessa competitività della bandiera italiana nel settore marittimo.
Armatore e datore di lavoro non coincidono
Il caso della Ligabue, non isolato ma esemplificativo, rende concretamente la dimensione del fenomeno. Il meccanismo è semplice: il concessionario assume direttamente i lavoratori, corrisponde loro la retribuzione e organizza i servizi e le attività affidate a bordo. L’armatore della nave e il datore di lavoro di queste persone, quindi, non coincidono.
Il perché lo spiega la legge
Ma non si tratta di una formula organizzativa estranea all’ordinamento italiano: sin dal 1986, la legge per la ristrutturazione della flotta pubblica regola per le navi da crociera l’affidamento a soggetti terzi dei servizi complementari di camera, cucina e servizi generali, oltre alle attività commerciali complementari e accessorie. Il personale del concessionario, pur non facendo parte dell’equipaggio, opera a bordo ed è soggetto alla relativa gerarchia.
Poi le regole sono cambiate…
Ed è proprio quando questa realtà incontra il sistema previdenziale italiano che iniziano i problemi. Per anni le indennità di malattia del personale interessato sono state regolarmente gestite. La legge di Bilancio 2024 ha però modificato il sistema di calcolo dell’indennità di malattia del settore marittimo, collegandolo alla retribuzione teorica comunicata attraverso i flussi Uniemens (cioè la comunicazione telematica mensile obbligatoria che i datori di lavoro inviano all’Inps per denunciare i dati retributivi e le informazioni utili al calcolo dei contributi di ogni singolo dipendente). L’automazione della procedura ha fatto emergere una criticità fino a quel momento rimasta sostanzialmente latente: la Ligabue non risultava inquadrata contributivamente nel settore marittimo.
…e il sistema fatica a capire la realtà
Il risultato è stato tutt’altro che teorico. Il concessionario è il datore di lavoro, assume e retribuisce il personale e lo impiega nei servizi a bordo, ma il suo inquadramento previdenziale non consente al sistema di rappresentare correttamente questa particolare realtà. Ed ecco così che da un problema di classificazione si arriva a una conseguenza molto concreta: il blocco delle prestazioni di malattia dei lavoratori.
Un problema su cui l’azienda si è già attivata evidenziando il problema agli organi competenti. Ma situazioni analoghe si sarebbero verificate anche presso altre società concessionarie, seppure sulla base di criticità amministrative differenti. In almeno un altro caso, infatti, il concessionario ha regolarmente effettuato le comunicazioni Unimare (cioè il sistema per le comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro sull’imbarco e lo sbarco dei marittimi) per i propri dipendenti.
Nonostante questo, anche in quella fattispecie il riconoscimento dell’indennità di malattia è stato bloccato. La ragione era diversa: è stato contestato che l’Unimare fosse stato effettuato dal concessionario e non dall’impresa armatoriale. La questione è arrivata anche all’attenzione della Direzione centrale Ammortizzatori sociali dell’Inps. Cambia dunque la causa amministrativa, ma non cambia il risultato: a rischiare di rimanere senza tutela è sempre il lavoratore.
Rischi occupazionali e strategici
Quando però da questioni tecniche dipende il pagamento dell’indennità di malattia, il problema diventa occupazionale. In un mercato marittimo fortemente internazionale, rendere più complesso l’impiego di personale soggetto alla previdenza italiana significa creare un elemento di debolezza proprio per le imprese che scelgono di utilizzare lavoratori tutelati dal nostro sistema. Il rischio è evidente: che procedure nate per garantire le tutele previdenziali finiscano, perché non pienamente coordinate con gli attuali modelli organizzativi del settore, per rendere meno competitivo il lavoro italiano.
«C’è il rischio occupazionale, quello legato alla competitività della bandiera italiana e anche un rischio strategico – avverte Gian Enzo Duci, Managing Director di Esa Group, consulente di Ligabue -. Se, in un momento tra l’altro di vitalità dell’armamento italiano, la bandiera perde tonnellaggio per problemi di burocrazia, questo significa indebolire l’Italia come Paese: in un momento in cui nelle relazioni internazionali non conta solo più il fattore economico, ma anche e soprattutto quello geopolitico, la flotta diventa un asset strategico, che evidentemente non può essere disperso». —