Zim-Hapag-Lloyd, i lavoratori israeliani non cedono: «Servono almeno 50 navi»

Il sindacato respinge anche la nuova proposta da 4,2 miliardi di dollari. Il piano prevede una flotta israeliana di 16 navi e nuovi impegni sui collegamenti con l’Asia, sull’occupazione e sulla sicurezza marittima.

Una nave portacontainer di Hapag-Lloyd

Ultimo aggiornamento 28 settembre 2026 - 14:21

Non bastano i correttivi. In Israele resta il fronte contrario all’acquisizione di Zim da parte di Hapag-Lloyd, operazione da 4,2 miliardi di dollari che continua a incontrare l’opposizione dei lavoratori della compagnia israeliana.

Il nuovo piano presentato dal gruppo tedesco non cambia il prezzo, fissato a 35 dollari per azione, ma rafforza le garanzie per Israele. Sono previsti un nuovo servizio settimanale verso l’Estremo Oriente, maggiori poteri legati alla golden share dello Stato e il mantenimento in Israele di competenze nel settore marittimo, infrastrutture informatiche e posti di lavoro per i marittimi.

Per il sindacato, però, resta il problema centrale: la società israeliana che rimarrebbe dopo l’operazione avrebbe una flotta di appena 16 navi.

«Abbiamo bisogno di almeno 50 navi in mani israeliane e di collegamenti con tutti gli angoli del mondo», ha detto al Times of Israel Oren Caspi, presidente del sindacato dei lavoratori di Zim. La preoccupazione è che Israele possa diventare troppo dipendente da armatori controllati dall’estero, soprattutto in caso di crisi o di guerra.

La nuova proposta è stata illustrata la scorsa settimana a Tel Aviv dall’amministratore delegato di Hapag-Lloyd, Rolf Habben Jansen, insieme al partner finanziario FIMI. Il piano prevede anche che la Zim israeliana possa utilizzare la più ampia flotta di portacontainer di Hapag-Lloyd e che FIMI aumenti il numero di marittimi israeliani impiegati.

L’opposizione dura dall’annuncio dell’operazione, arrivato a febbraio. I lavoratori hanno organizzato scioperi e una commissione della Knesset ha messo in discussione la capacità di una flotta di 16 navi di garantire le esigenze logistiche del Paese in tempo di guerra.

A luglio la pressione politica era salita ulteriormente, con il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz che avevano chiesto di fermare l’operazione, sostenendo che il progetto non offrisse garanzie sufficienti sul fronte della sicurezza nazionale.

Il nodo, dunque, non sembra essere soltanto il prezzo dell’acquisizione. Per Israele la questione riguarda soprattutto quanta capacità marittima resterà effettivamente sotto controllo nazionale dopo la vendita di Zim.