Zim e Hapag-Lloyd, è rivolta politica. Israele non vuole cedere la compagnia

Parlamento e governo di Tel Aviv sempre più contrari e sono pronti al veto: "Non è favorevole per lo Stato"

Navi della Zim

Ultimo aggiornamento 2 agosto 2026 - 15:08

La maxi acquisizione di Zim da parte di Hapag-Lloyd si trasforma sempre più in un caso politico. Quella che fino a poche settimane fa sembrava un’operazione certa, oggi è impantanata nelle dinamiche della sicurezza nazionale, con il concreto rischio che il governo israeliano eserciti il proprio diritto di veto.

Il segnale più forte è arrivato dalla Commissione Finanze della Knesset, il Parlamento israeliano, dove il presidente Hanoch Milwidsky ha espresso un giudizio durissimo sull’operazione. «Da quanto ci è stato presentato oggi è assolutamente chiaro che questo è un cattivo accordo e che il processo non dovrebbe proseguire», ha dichiarato al termine dell’audizione dedicata alla cessione della compagnia.

Parole che pesano, anche se non rappresentano ancora una decisione definitiva. L’ultima parola spetta infatti ai ministeri delle Finanze e della Difesa, chiamati a pronunciarsi sulla vendita in virtù della cosiddetta golden share, lo strumento che consente allo Stato israeliano di bloccare operazioni considerate contrarie agli interessi strategici del Paese.

Ed è proprio questo il nodo. Per Israele Zim non è soltanto una compagnia di navigazione. Pur essendo privatizzata, continua a rappresentare un asset strategico per garantire la continuità degli approvvigionamenti in caso di guerra o crisi militari. Una funzione che negli ultimi mesi è tornata di strettissima attualità.

Durante il dibattito parlamentare, diversi rappresentanti governativi hanno sottolineato la necessità di preservare l’autonomia logistica del Paese. Il ministero della Difesa ha chiesto ulteriori approfondimenti, mentre il ministero dei Trasporti ha definito la transazione «non favorevole per lo Stato», ribadendo come ogni nuova informazione raccolta rafforzi questa convinzione.

A rendere ancora più delicato il dossier contribuisce la struttura azionaria di Hapag-Lloyd. Nel dibattito parlamentare sono infatti emerse preoccupazioni legate alla presenza, tra i principali soci del gruppo tedesco, del fondo sovrano saudita Pif e del fondo del Qatar. Due soggetti che, secondo parte della politica israeliana e delle organizzazioni sindacali, potrebbero esercitare un’influenza indiretta su una società considerata strategica per la sicurezza nazionale.

Le preoccupazioni non riguardano soltanto gli assetti proprietari. Sul tavolo ci sono anche possibili ricadute occupazionali e operative. Il progetto prevede infatti che una nuova società israeliana mantenga una flotta di dodici navi, appena sopra il minimo previsto dalla golden share. Una capacità che, secondo numerosi osservatori, sarebbe insufficiente a garantire le esigenze logistiche del Paese in caso di emergenza. Emblematico il caso avvenuto durante il recente conflitto con l’Iran, quando alcuni medici israeliani rimasti bloccati all’estero furono riportati in patria proprio a bordo di una portacontainer Zim, in assenza di collegamenti aerei. Per Hapag-Lloyd il calendario non aiuta. Le elezioni israeliane, previste entro la fine di ottobre, unite alla pausa estiva e alle festività ebraiche di settembre, rendono improbabile una decisione nel breve periodo. Lo stesso gruppo tedesco continua a indicare la fine dell’anno come termine realistico per ottenere le autorizzazioni regolatorie, ma il clima politico lascia intendere che il percorso sarà molto più accidentato del previsto.

La vicenda conferma come, nel nuovo scenario geopolitico, infrastrutture e operatori logistici siano sempre più considerati strumenti di sovranità nazionale oltre che asset economici.

Un principio che emerge anche dall’altra parte del mondo. In Nuova Zelanda, infatti, Dp World ha visto respingere la proposta per ottenere una concessione di lungo periodo sul porto di Lyttelton. La holding pubblica proprietaria dello scalo ha giudicato l’offerta «non sufficientemente convincente» per proseguire l’iter, mentre sindacati e amministrazione locale hanno denunciato il rischio di una privatizzazione di un’infrastruttura strategica. Un nuovo stop che conferma come, sempre più spesso, le grandi operazioni portuali e marittime debbano fare i conti non solo con la finanza, ma soprattutto con la politica e gli interessi nazionali.