Genova – Stupisce che un tipo come Alberto Menoncello sia stato uno degli uomini di finanza che hanno fatto parte di quella particolare stagione della Milano degli anni Ottanta, quel fenomeno che tra mille contraddizioni ha portato fuori l’Italia dagli anni cupi del terrorismo e del disincanto della ricostruzione, facendo respirare per la prima volta al Paese l’aria della post-modernità.
Eppure la sua storia è stata così, perché sul finire di quel decennio luccicante, nella ricerca dell’affare perfetto, si imbatté in una vecchia ditta dell’hinterland, la Valente. Qualche commessa andata storta, una proprietà che aveva perso slancio. Dipendenti ormai di una certa età, molti di loro profughi della Dalmazia. Menoncello tuttavia capì che dietro quella storia dimessa, simile a quella di tante fabbrichette intorno al capoluogo lombardo, poteva esserci un tesoro nascosto.
Dunque alla primissima alba della new economy che avrebbe stravolto l’Occidente, l’uomo dei freddi numeri vide del buono in un mondo a cui la storia stava per voltare le spalle. Si innamorò della Valente, rinunciò a farla a pezzi per venderne il vendibile. Diventò imprenditore, ed ebbe ragione.
Come altre aziende milanesi (una su tutte, l’Alfa Romeo), la Valente è infatti un’officina meccanica nata nella belle époque su iniziativa di un uomo del Meridione, Vincenzo Valente, venuto al Nord per cercare e ottenere il successo.

Il suo business sono le rotaie, e le rotaie oggi muovono il mondo. Permettono ai treni di polverizzare ogni giorno migliaia di chilometri, ma quella è solo la punta dell’iceberg. Il business su cui Menoncello ha portato l’azienda è la specializzazione, salvezza dell’industria italiana. Se i binari dei treni sono ormai appannaggio dei Paesi low-cost, è nella tecnologia di precisione che si può ancora fare la differenza.
Hanno bisogno di binari e scambi i cantieri, i tunnel, le fabbriche, le miniere, gli interporti, gli snodi logistici.
«E negli ultimi tempi, sempre più i porti: in Italia – spiega Menoncello – come sapete è in corso un forte processo di modernizzazione delle banchine, per aumentare la modalità del trasporto merce via treno. Noi per esempio a Genova ci siamo occupati della realizzazione dei binari a Calata Sanità e il relativo sistema di movimentazione, che servirà due terminal, il Bettolo e il Sech. Nostre sono le rotaie su cui scorrerà la gru Goliath alla Fincantieri di Sestri Ponente, che sarà una delle più grandi d’Europa. Stiamo lavorando alla Spezia, Ravenna, Trieste che sta un po’ recuperando quella sua funzione di porto dell’impero asburgico, servendo i Paesi che un tempo facevano parte di quella compagine statale».
Scegliendo il treno come mezzo principe. Banchine portuali, grandi spazi industriali, «e sì, pure miniere – dice Menoncello -. Il governo ha avviato un piano per la riattivazione almeno parziale di alcuni impianti per il reperimento di minerali strategici. Così dopo tanti decenni l’azienda è ritornata anche in Italia a lavorare in questo campo, per esempio in Sardegna stiamo seguendo il revamping di una miniera di fluorite, vicino a Costa Rei». Chi pensa a questa commistione di rotaie, industria, porti come a un insieme un po’ rugginoso, malinconicamente immerso in un silenzio da Far West, è su un binario morto.
I prodotti necessari a muovere il mondo sono infiniti, ogni impianto ha bisogno della sua tecnologia, servono Decauville, ruote in acciaio, assali, componenti speciali. Ci sono i sistemi di fissaggio e i relativi accessori, dai più semplici ai più sofisticati, come piastrine con nasello in gomma, intercalari in acciaio e in tessuto, piastre e bulloni di ancoraggio, un inventario di nomi tecnici ed esotici, da perdersi come in un reparto mai esplorato del brico-center.
Oltre il 40% dell’acciaio utilizzato dall’azienda è riciclato e meno del 5% del materiale in ingresso diventa un rifiuto. Bisogna adattarsi ai cambiamenti dei mercati, anticipare le esigenze infrastrutturali, in particolare nel settore portuale, dove la crescita dei traffici marittimi richiedere sempre più strutture moderne ed efficienti: sui binari infatti può svilupparsi anche la futura automazione dei porti: Menoncello, insieme a suo figlio Luca, dal 2020 direttore generale della società, lo sanno, e stanno direzionando il convoglio verso quella direzione, tanto che oggi il 60% del business della Valente è ormai focalizzato sull’economia del mare.
Tutti i sistemi di fissaggio sono stati sviluppati e testati dal Politecnico di Milano, i sistemi di misurazione sono affidati all’intelligenza artificiale. Per gallerie e miniere, la Valente costruisce vagoni da smarino, ribaltabili, miscelatori, scambi, locomotori diesel ed elettrici. Realizza persino i trenini turistici che portano nel ventre della montagna gli appassionati di archeologia industriale, a visitare cunicoli e cameroni dove un tempo l’uomo rischiava ogni giorno la vita per fornire materia prima alla modernità.
Il fatturato è in costante crescita: ha raggiunto circa 11 milioni di euro nel 2024, con una quota di esportazione compresa tra il 30% e il 40%. Le previsioni a fine anno sono 15 milioni. La nicchia è d’oro: le rotaie della Valente sono sotto la Manica, nella metro di Dubai e quella di Milano. In questo momento ha vinto una gara in Brasile, nel porto di Aratù, uno di quegli scali fluviali i cui terminal sono tutti costruiti sull’acqua, con binari e sovrastrutture lontane dai piazzali, per fronteggiare piene e periodi di secca.
L’azienda è presente nei lavori della Torino-Lione e nella realizzazione della nuova stazione dell’alta velocità a Firenze. Sono più i Paesi in cui c’è un prodotto che arriva dall’enorme magazzino della Valente a Lainate (una cinquantina inlcusi Germania, Francia, Spagna, Est Europa, Però, Marocco, Algeria, Kuwait, Arabia Saudita) che i dipendenti della società.
Dall’ambizione di un imprenditore alla passione di un altro, dai treni alla blue economy passando per l’hi tech e la sostenibilità. La piccola-grande storia dell’impresa italiana, capace di costruirsi il futuro ogni giorno e nonostante tutto.