L’Unione europea rischia di arrivare al 2050 importando oltre il 98% del gas che consuma. Senza investimenti in nuovi giacimenti, la produzione interna potrebbe infatti crollare dagli attuali livelli ad appena 2 miliardi di metri cubi, lasciando al Gnl il compito di coprire una parte crescente del fabbisogno.
È lo scenario più critico tracciato da Wood Mackenzie nel rapporto What could domestic gas do for EU energy security?, che analizza tre possibili traiettorie della produzione europea fino alla metà del secolo.

Tra l’ipotesi senza nuovi investimenti e quella di massimo sviluppo emerge un divario cumulato vicino a 1.000 miliardi di metri cubi, pari a circa tre anni dell’attuale domanda Ue.
La dipendenza dall’estero è già elevata: oggi l’Europa importa circa l’85% del gas che utilizza. La quota dovrebbe rimanere relativamente stabile fino ai primi anni Trenta, per poi aumentare con il declino della produzione norvegese, la maggiore domanda interna dei Paesi nordafricani e la progressiva uscita del gas russo via tubo.
In questo scenario sarà soprattutto il Gnl a riempire il vuoto. Il suo peso sulle forniture Ue potrebbe passare dall’attuale 40% al 63% entro il 2050 e il 77% di questi volumi potrebbe provenire dagli Stati Uniti.
La traiettoria, tuttavia, non è già scritta. Senza nuovi investimenti, la produzione dei Paesi Ue scenderebbe da 43 miliardi di metri cubi nel 2028 a 2 miliardi nel 2050. Mantenendo invece le politiche e gli investimenti attuali, resterebbe vicina ai 40 miliardi fino al 2038, ma non riuscirebbe mai a soddisfare più del 17% della domanda.
Lo scenario più ambizioso richiederebbe stabilità fiscale, autorizzazioni più rapide e nuovi investimenti. In queste condizioni la produzione potrebbe raggiungere 77 miliardi di metri cubi nel 2042, arrivando a coprire il 38% della domanda. Nell’intero periodo l’output cumulato raggiungerebbe 1.400 miliardi di metri cubi.
«Mantenere la produzione di oggi richiede enormi investimenti solo per restare fermi», osserva Lewis Lawrence, senior research analyst Europe Upstream di Wood Mackenzie. «Il nodo», aggiunge, «è capire se i governi creeranno le condizioni per sviluppare lo scenario più ambizioso, perché «la finestra si sta restringendo».
Una parte decisiva della partita riguarda le esplorazioni. Mar Nero e Mediterraneo orientale concentrano il 70% dei volumi ancora da scoprire considerati nell’analisi. La Grecia da sola rappresenterebbe circa un terzo del potenziale, mentre Energean ed ExxonMobil preparano per il 2027 il primo pozzo esplorativo greco in acque profonde.
La produzione domestica non sarebbe comunque sufficiente a rendere l’Ue autosufficiente. Potrebbe però contenere il ricorso al Gnl e ridurre l’esposizione europea al mercato globale. Per Wood Mackenzie, saranno soprattutto le decisioni prese nei prossimi cinque anni a determinare quale delle tre traiettorie prevarrà.