Ci sono carriere che raccontano un percorso professionale e altre che finiscono per raccontare l’evoluzione di un intero settore. Quella dell’Ammiraglio Ispettore Vincenzo Vitale appartiene certamente alla seconda categoria. Dopo quarantasette anni, trascorsi tra mare, porti, ministeri, missioni internazionali e organismi europei, Vitale conclude il proprio servizio attivo al vertice della Direzione Marittima delle Marche, lasciando una Capitaneria di Porto di Ancona profondamente rafforzata anche sul piano istituzionale, grazie all’elevazione al rango di sede affidata a un Ammiraglio Ispettore, un riconoscimento che fino a pochi anni fa era riservato esclusivamente alle Direzioni Marittime di Genova e Napoli. La sua è una carriera che attraversa quasi mezzo secolo di storia della marittimità italiana. Dalla Marina Mercantile alla Guardia Costiera, passando per cinque Comandi di porto, due Comandi navali, dodici sedi di servizio, missioni operative nei Balcani, in Yemen e in Turchia, incarichi presso l’Organizzazione Marittima Internazionale di Londra e la Commissione Europea, fino alla responsabilità di alcune tra le più delicate inchieste tecnico-marittime del Paese, come quella sul naufragio della Costa Concordia, le cui raccomandazioni sono state in larga parte recepite a livello internazionale. Nel suo percorso non sono mancati gli incarichi di carattere strategico, dalla riorganizzazione del personale delle Capitanerie di Porto durante la transizione al modello professionale, fino alla pianificazione del rinnovamento della flotta navale e aerea della Guardia Costiera, contribuendo a delineare una visione moderna dell’amministrazione marittima italiana. Ma sarebbe riduttivo leggere questa lunga esperienza soltanto attraverso gli incarichi ricoperti. Il filo conduttore dell’intera carriera dell’Ammiraglio Vitale è stato il governo della complessità del sistema mare: sicurezza della navigazione, sviluppo infrastrutturale, logistica, tutela ambientale, innovazione amministrativa e dialogo costante con il cluster marittimo. Temi che oggi assumono un valore ancora più strategico, in una fase in cui i porti italiani sono chiamati ad affrontare le grandi sfide della competitività internazionale, della transizione energetica, della digitalizzazione, dell’intermodalità e dello sviluppo della Blue Economy. Da Ancona, porta naturale dell’Adriatico verso i Balcani e il Mediterraneo orientale, nasce così una conversazione che va ben oltre il saluto di fine carriera e diventa una riflessione sul ruolo che infrastrutture, sicurezza, competenze e governance saranno chiamati a svolgere nello sviluppo della portualità italiana nei prossimi decenni.
Dopo quarantasette anni di mare, porti e amministrazione dello Stato, quale sentimento prevale nel momento in cui conclude il servizio attivo?
“Si prova una sensazione inconsueta che, pur nella serenità della consapevolezza che si chiudono quarantasette anni di mare, di porti e di ministeri, fa comprendere come non si sia mai realmente pronti a un cambiamento tanto radicale. È un passaggio che si affronta con fiducia e con la speranza di una lunga stagione ancora da vivere, ma è inevitabile percepire che termina una parte fondamentale della propria esistenza. Comincerà finalmente il tempo da dedicare agli affetti, troppo spesso trascurati per il peso delle responsabilità che mi hanno accompagnato fin da quando avevo appena ventiquattro anni. Lo definirei un anelito di frescura. Una bella frescura”.
La sua esperienza attraversa quasi mezzo secolo di storia della marittimità italiana. Guardandosi indietro, quali sono gli incarichi e le esperienze che hanno maggiormente segnato il suo percorso professionale e umano?
“La definirei una carriera variopinta, prima nella Marina Mercantile e poi nella Marina Militare. Dodici trasferimenti di sede, cinque Comandi di porto, due Comandi navali, due missioni in Albania, la partecipazione alla missione di contrasto all’embargo nell’ex Jugoslavia, un anno in Yemen negli anni dell’ascesa di Al Qaeda, sette mesi in Turchia a supporto delle Autorità marittime locali, oltre trenta missioni presso l’IMO di Londra e la Commissione Europea, centinaia di viaggi in tutto il mondo e due anni imbarcato sulle unità della Marina Militare. Ogni esperienza ha lasciato un segno. Tra quelle che porto maggiormente con me ricordo la responsabilità dell’inchiesta tecnica sul naufragio della Costa Concordia, conclusa sedici mesi dopo il disastro con venti delle ventuno raccomandazioni formulate successivamente recepite a livello internazionale, fino al recente apprezzamento espresso anche dal Governo degli Stati Uniti. Ricordo l’inchiesta sul naufragio del traghetto Espresso Trapani, costata la vita a tredici persone, sei delle quali mai ritrovate, la missione in Yemen, il lavoro di riorganizzazione delle Capitanerie durante il passaggio al modello professionale e, più recentemente, l’incarico relativo al rinnovo della flotta navale e aerea della Guardia Costiera, che mi ha consentito di impostare il rilancio delle unità di punta con modelli d’avanguardia. E porto nel cuore, forse sopra ogni altro ricordo, quei tre mesi del 1990 a Trapani nei quali ebbi l’onore e il privilegio, per circostanze davvero particolari, di essere investigatore di fiducia del Procuratore della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino. È una delle esperienze che più hanno segnato la mia vita professionale e umana”.
Ancona rappresenta l’ultimo approdo della sua carriera. Che cosa lascia a questa città e che cosa, invece, porta con sé?
“Ancona è arrivata quasi inaspettatamente nel mio percorso professionale, ma si è rivelata un’esperienza intensa e appassionante. Pur trattandosi di un incarico analogo a quello già ricoperto a Trieste, ho trovato un territorio ricco di stimoli, istituzioni attente, un cluster marittimo e portuale dinamico e un rapporto franco e costruttivo con gli operatori e con gli organi di informazione. Non amo fare bilanci. Preferisco che siano gli altri, con il tempo, a giudicare ciò che ho lasciato. Posso però dire una cosa sul personale della Direzione Marittima e degli Uffici Marittimi delle Marche. Ho sempre pensato che chi arriva ai vertici della gerarchia non lo faccia mai da solo. Il Direttore, senza la sua orchestra, è semplicemente un uomo solo. Se ho avuto la fortuna di raggiungere questo traguardo, lo devo alle migliaia di collaboratori che, lungo tutta la mia carriera, hanno condiviso con me responsabilità, sacrifici, lealtà e senso dello Stato. A loro va il mio ringraziamento più sincero. Oggi, in modo particolare, desidero abbracciare idealmente tutto il personale della Direzione Marittima di Ancona e degli Uffici Marittimi delle Marche, che ha saputo affrontare ogni sfida con professionalità, dedizione e spirito di servizio”.
Lei ha conosciuto molti porti italiani nel corso della sua carriera. Oggi Ancona rappresenta uno degli snodi strategici dell’Adriatico. Qual è la sua visione sul futuro di questo scalo e quali prospettive intravede per il suo sviluppo?
“Un porto che ospita un cantiere navale così florido all’interno del proprio bacino capace di costruire navi di 300 metri o di innovare i sistemi di propulsione con l’uso di motori ad idrogeno e, a breve distanza, una delle maggiori realtà europee della cantieristica nautica possiede già in sé un patrimonio straordinario di valore economico, industriale e occupazionale. Sono elementi che generano ricchezza non soltanto per la città, ma per l’intero territorio regionale e nazionale. A questo si aggiunge una posizione geografica privilegiata. Ancona è naturalmente proiettata verso i Balcani e la Grecia e questa vocazione non potrà mai venir meno. È una caratteristica che il tempo non potrà cancellare e che continuerà a rappresentare uno dei principali punti di forza dello scalo. Le scelte oggi in corso, dalla delocalizzazione di alcuni accosti all’ampliamento delle aree dedicate ai container e alle rinfuse, fino al rilancio delle aree ex API, rappresentano strategie corrette e lungimiranti. Consentiranno di recuperare spazi operativi e di accompagnare una crescita sostenibile dei traffici. Occorre però avere la consapevolezza delle caratteristiche fisiche di questo porto. Ancona non potrà mai inseguire il gigantismo navale, così come difficilmente potranno farlo altri scali della penisola con caratteristiche analoghe. La conformazione naturale del bacino, l’orografia del territorio retrostante, i limiti geologici dei fondali e gli spazi disponibili per il retroporto impongono scelte realistiche. Questo non rappresenta un limite, ma un elemento di pianificazione. Significa valorizzare ciò che il porto può esprimere al massimo delle proprie potenzialità, investendo sulla qualità delle infrastrutture, sull’efficienza logistica, sull’intermodalità e su uno sviluppo sostenibile, così come previsto dal Piano Regolatore Generale Portuale. Sono convinto che, seguendo questa rotta, Ancona continuerà a rafforzare il proprio ruolo nel sistema portuale nazionale e nel corridoio adriatico”.
In questi anni si è parlato molto di semplificazione amministrativa, sicurezza e competitività dei porti. Quali sono gli interventi che considera più significativi tra quelli lasciati in eredità prima di concludere il suo mandato?
“Gli ultimi mesi sono stati particolarmente intensi e desidero sottolineare, ancora una volta, che nessun risultato sarebbe stato possibile senza la professionalità e la dedizione dei miei collaboratori. Tra gli atti più importanti vi è certamente il nuovo Regolamento di Sicurezza dei porti di Ancona e Falconara. Si tratta di un lavoro complesso che ha consentito di raccogliere, armonizzare e sostituire in un unico testo organico quasi quarant’anni di ordinanze, oltre un centinaio di provvedimenti che regolavano in maniera frammentata le attività portuali e marittime. L’obiettivo era offrire agli operatori uno strumento semplice, moderno e condiviso, capace di rappresentare un punto di riferimento unico per chi lavora quotidianamente nei due porti. Credo che questa sia una delle eredità amministrative più importanti lasciate al territorio. Il secondo provvedimento riguarda la procedura di gara per il rinnovo della concessione quindicennale del servizio di rimorchio portuale. È un’attività che ci ha impegnati per oltre un anno di lavoro preparatorio, perché il rimorchio rappresenta uno degli asset fondamentali della sicurezza della navigazione e dell’operatività portuale. Parliamo di un servizio essenziale, a rilevanza pubblica, che incide direttamente sull’efficienza dello scalo e sulla sicurezza delle manovre navali. Aver predisposto una procedura solida e trasparente significa lasciare basi importanti per il futuro”.
Infrastrutture, logistica, digitalizzazione e sostenibilità stanno ridisegnando il sistema portuale europeo. Quanto conta oggi una governance marittima capace di accompagnare questa trasformazione?
“Conta moltissimo. Oggi la competitività di un porto non dipende esclusivamente dalla qualità delle sue infrastrutture fisiche. Conta la capacità dell’intero sistema di lavorare in modo coordinato. La sicurezza della navigazione, l’organizzazione dei servizi tecnico-nautici, la digitalizzazione delle procedure amministrative, la rapidità delle decisioni e la chiarezza delle regole sono tutti elementi che incidono direttamente sulla competitività dello scalo e sulla fiducia degli operatori. Le infrastrutture sono certamente indispensabili, ma da sole non bastano. Occorre una governance moderna, capace di mettere in relazione amministrazioni pubbliche, Autorità di Sistema Portuale, imprese, servizi tecnico-nautici e operatori logistici, affinché ciascuno contribuisca alla crescita del sistema. La Blue Economy, la transizione energetica e l’evoluzione dello shipping internazionale impongono una capacità di adattamento sempre maggiore. I porti saranno sempre più chiamati a essere piattaforme logistiche integrate, nodi di innovazione e motori dello sviluppo economico dei territori. Per questo motivo ritengo che il vero investimento non riguardi soltanto le opere infrastrutturali, ma anche il capitale umano, le competenze e la capacità delle istituzioni di accompagnare il cambiamento con equilibrio, visione strategica e senso dello Stato”.
Nel corso della sua carriera ha rappresentato l’Italia anche in numerosi contesti internazionali, dall’IMO di Londra alla Commissione Europea. Quanto sarà determinante la dimensione europea per il futuro della portualità e dello shipping italiani?
“Lo sarà sempre di più. La marittimità non può più essere letta esclusivamente in chiave nazionale. Le grandi sfide della sicurezza della navigazione, della decarbonizzazione dello shipping, della digitalizzazione, dell’intermodalità e della competitività dei porti si giocano ormai su scala europea e internazionale. L’Italia dispone di una posizione geografica straordinaria e di competenze riconosciute in tutto il mondo. Dobbiamo continuare a valorizzarle investendo nelle infrastrutture, nell’innovazione, nella formazione e nel capitale umano, mantenendo un dialogo costante con le istituzioni europee e con gli organismi internazionali, perché è lì che oggi si definiscono molte delle regole destinate a incidere sul futuro del sistema marittimo”.
Il 5 luglio è stato promosso al grado di Ispettore Capo nella Riserva, il più alto riconoscimento previsto per il Corpo al termine della carriera. Come interpreta questo ulteriore traguardo?
“Lo considero un dono. Il regalo di chi ha permesso che ogni giorno della mia professione fosse un vero divertimento. Può sembrare una risposta semplice, ma racchiude il senso di un’intera vita. Ho sempre vissuto il servizio non come un peso, bensì come un privilegio. Ogni incarico, anche il più complesso, ogni responsabilità, ogni missione, ogni porto, ogni equipaggio, ogni collaboratore hanno contribuito a rendere questo percorso straordinario. Ricevere questo riconoscimento proprio al termine della carriera rappresenta motivo di profonda gratitudine. Lo considero il coronamento di un cammino costruito insieme alle migliaia di donne e uomini che ho incontrato lungo quarantasette anni di servizio e ai quali devo gran parte di ciò che sono riuscito a realizzare”.
Dopo il suo congedo, la Direzione Marittima delle Marche sarà guidata dall’Ammiraglio Ispettore Antonio Seno. Quale messaggio desidera lasciare al suo successore e al cluster marittimo dell’Adriatico?
“Per Ancona si apre una nuova stagione. La Capitaneria di Porto continuerà il percorso di crescita istituzionale che l’ha portata a essere una delle quattro Direzioni Marittime guidate da un Ammiraglio Ispettore e potrà consolidare il rilancio della logistica infrastrutturale avviato negli ultimi anni. L’Ammiraglio Seno appartiene alla più giovane generazione dei quattro Ammiragli Ispettori oggi in servizio e ha davanti a sé un percorso importante. Gli auguro di proseguire con entusiasmo e determinazione il lavoro intrapreso, accompagnando lo sviluppo del sistema portuale marchigiano e dell’intero comparto marittimo regionale. Al cluster marittimo rivolgo un invito a continuare a fare sistema. Le grandi sfide che attendono la portualità italiana richiedono collaborazione tra istituzioni, imprese, Autorità di Sistema Portuale, servizi tecnico-nautici e Guardia Costiera. Solo lavorando insieme sarà possibile rafforzare la competitività dei nostri porti”.
Guardando ai suoi quarantasette anni di servizio, che cosa rappresentano oggi le Capitanerie di Porto per il Paese? E, potendo tornare indietro, rifarebbe la stessa scelta?
“Non cambierei assolutamente nulla dei miei quarantasette anni di carriera al servizio del mare. Non ho mai pensato di lasciare anzitempo le Capitanerie di Porto per intraprendere percorsi professionali diversi, pur avendone avuto l’opportunità. Ho sempre ritenuto che questo fosse il luogo nel quale poter esprimere al meglio il mio servizio allo Stato. Ho vissuto dall’interno le grandi trasformazioni del Corpo, quando ancora non era conosciuto come Guardia Costiera, contribuendo alla sua evoluzione e alla sua crescita. Oggi posso dire con convinzione che le Capitanerie rappresentano la crema della marittimità italiana. Sono l’Amministrazione dello Stato che esercita in via esclusiva la funzione marittima, garantendo ogni giorno la sicurezza della navigazione, la tutela dell’ambiente, il corretto utilizzo del demanio marittimo, l’efficienza dei porti e il funzionamento del sistema dei traffici. Molte delle attività svolte restano poco conosciute dall’opinione pubblica, proprio perché vengono esercitate con discrezione e continuità. Eppure sono essenziali. Basti pensare alla gestione del traffico navale: ogni nave che entra o esce da un porto viene preventivamente analizzata sotto il profilo della sicurezza, delle autorizzazioni e delle condizioni operative. Oggi gran parte di queste verifiche avviene attraverso sistemi digitali e a distanza, ma il principio non cambia. Senza questa attività silenziosa, quotidiana e altamente specializzata, i porti semplicemente non funzionerebbero. La portualità perderebbe il proprio regolatore naturale e l’intero sistema logistico nazionale ne risentirebbe. È per questo che considero le Capitanerie di Porto un presidio insostituibile dello Stato sul mare. Aver dedicato loro l’intera mia vita professionale è motivo di orgoglio e, se potessi ricominciare, sceglierei ancora una volta la stessa rotta”.