La proposta di legge quadro sugli interporti, ferma alla Camera dei Deputati per la sua terza lettura, è al centro di una dura controversia sollevata da un fronte unitario di associazioni chiave della logistica e dell’industria. Camera di Commercio di Padova, Confindustria Trasporti, Logistica e Industria del Turismo e della Cultura, Fermerci e Assologistica hanno lanciato da Milano un appello diretto al Parlamento per chiedere la modifica di una norma specifica, ritenuta ambigua e potenzialmente incostituzionale, che rischierebbe di ledere gravemente la stabilità economica degli interporti più efficienti.
La base della mobilitazione è un parere tecnico-giuridico dello studio legale Donativi e Associati, commissionato dalla Camera di Commercio di Padova, sede del secondo interporto italiano per capitale sociale. Il documento evidenzia che il comma 2 dell’Articolo 5 della Proposta di Legge, se interpretato in senso letterale, impone oneri insostenibili che potrebbero minare la solidità finanziaria degli scali virtuosi.
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Leopoldo Destro, delegato del presidente di Confindustria Trasporti, Logistica e Industria del Turismo e della Cultura, durante il seminario milanese ha sottolineato che “l’Articolo 5 della Proposta di Legge è in contrasto con la nostra visione: deve essere il mercato a decidere il futuro degli interporti e non leggi che possono essere male interpretate”.
La Proposta di Legge in discussione introduce la definizione di una rete nazionale degli interporti (limitata a trenta) come infrastruttura strategica e attribuisce al Ministero delle Infrastrutture poteri di indirizzo e programmazione. Tuttavia, è proprio l’Articolo 5, nel suo comma 2, il punto di scontro: secondo l’interpretazione criticata, obbligherebbe i gestori degli interporti già operativi a farsi carico – anche con risorse proprie – della realizzazione di nuovi scali e dell’adeguamento strutturale di quelli esistenti.
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Secondo il parere tecnico, questa imposizione si tradurrebbe in una compressione della libertà di iniziativa economica (Art. 41 Cost.) e violerebbe il principio di uguaglianza (Art. 3), discriminando i gestori di interporto rispetto ad altri operatori del settore. Il testo, così come è formulato, precluderebbe inoltre la possibilità per gli interporti di raccogliere capitali privati e accedere alla quotazione in mercati regolamentati. Profili di violazione sono stati riscontrati anche nei confronti degli articoli 42 e 47, imponendo oneri anche a carico di soci privati, e degli articoli 23 e 53, configurando un onere senza sufficiente copertura legislativa. Da Padova, l’allarme è stato amplificato da Antonio Santocono, Presidente della Camera di Commercio e di Unioncamere Veneto: “Questa legge introduce un approccio dirigista che mina alle fondamenta la libertà di iniziativa economica. Imporre agli attuali gestori di finanziare e realizzare nuove infrastrutture senza alcuna garanzia di ritorno economico significa scoraggiare investimenti, ridurre la competitività del settore e penalizzare territori come il nostro che hanno saputo sviluppare modelli virtuosi”. Santocono ha inoltre rimarcato il rischio di discriminazione: “La norma colpisce in modo sproporzionato i gestori esistenti, lasciando invece esenti altri soggetti che pure operano nella logistica e nei trasporti. Così si mortifica il ruolo delle eccellenze già consolidate e si mettono a repentaglio posti di lavoro e progetti di sviluppo”.
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L’appello congiunto di Camera di Commercio, Confindustria, Fermerci e Assologistica, i cui rappresentanti Giuseppe Rizzi e Umberto Ruggerone hanno condiviso la necessità di un intervento immediato, chiede formalmente a Parlamento e Governo di sanare la “stortura legislativa” attraverso un emendamento correttivo del comma 2 dell’Articolo 5, prima dell’approvazione definitiva.