Agostino Gallozzi: “I dazi? Dolorosi ma sostenibili. Ora il Sud Italia guarda anche al Far East”

Il terminalista di Salerno: "Luglio da record. Le imprese cercano alternative agli Usa"

Agostino Gallozzi

Ultimo aggiornamento 2 settembre 2025 - 10:57

Il Gruppo Gallozzi ha puntato con decisione da qualche anno sull’internazionalizzazione delle proprie attività logistiche, aprendo numerose sedi all’estero che si sono aggiunte a quelle esistenti. Un impegno in cui il presidente Agostino Gallozzi crede profondamente e che fa del gruppo una delle realtà imprenditoriali più vitali della Campania. Il contesto internazionale oggi appare però segnato dell’incertezza e da qui partiamo per raccontare l’esperienza che Gallozzi porta avanti assieme ai fratelli Vincenzo e Enrico.

Dazi degli Stati Uniti, conflitti a Est dal Mar Nero al Mar Rosso, a cui si aggiunge il cambiamento climatico che rischia di creare colli di bottiglia logistici nel Canale di Panama come lungo i fiumi in Germania. Siete preoccupati per i vostri investimenti?

«Faccio una premessa. Il nostro gruppo comprende 30 società attive in tre ambiti della Blue Economy. Quella interessata dall’internazionalizzazione è l’attività di shipping e logistica. In secondo luogo abbiamo la gestione del terminal container di Salerno. Infine l’attività turistica con la Marina di Arechi. Affrontiamo il mercato in maniera articolata e questo ci permette di assorbire meglio le volatilità».

Partiamo dal primo ambito.

«Seguiamo la logistica internazionale con quattro sedi in Italia, a Salerno, Genova, Parma e Verona. A queste se ne aggiungono tre nel Regno Unito, tre in Turchia e una in Olanda, per quanto riguarda l’Europa, più una a Shanghai, dal 2007, con ufficio commerciale a Tianjin, e da due anni la nuova sede degli Stati Uniti, in New Jersey. Inoltre offriamo servizi in altre parti del mondo, appoggiandoci a dei partner locali».

Una rete in crescita che adesso deve affrontare un mondo in subbuglio.

«La nostra è una strategia di lungo periodo. La società è nata a Salerno nel 1952. In prima battuta abbiamo curato lo sviluppo in Europa. Poi ci siamo rivolti alla Cina, perché non potevamo non avere lì una presenza forte. Infine gli Stati Uniti, meta importante per l’export italiano. Sul lungo periodo possono esserci momenti di segno diverso. Non ci si deve esaltare troppo durante i periodi di successo né deprimere quando si affrontano criticità. Adesso abbiamo un periodo di conflitti, sia di tipo bellico sia di tipo commerciale, ma ci sarà un riassetto. Negli ultimi anni siamo già passati attraverso la crisi post Lehman Brothers, poi c’è stata la pandemia. Non affrontiamo questi momenti con pessimismo. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha avuto certamente un impatto, creando incertezza nell’economia internazionale, ma non direttamente sulla nostra attività. Il conflitto in Medio Oriente è più direttamente di impatto, con la circumnavigazione dal Capo di Buona Speranza che ha allungato i viaggi delle navi di due settimane. Ma adesso capacità di stiva e frequenze settimanali si sono stabilizzate. In Mediterraneo si entra da Gibiliterra e questo ha portato congestione nei porti di transhipment della regione occidentale, ma non vedo problemi nei collegamenti».

Queste dinamiche non riguardano soltanto Gf Logistic. Come sta andando il terminal di Salerno?

«A luglio abbiamo avuto una crescita record del 18 per cento rispetto allo stesso mese del 2024. C’è stata una crescita importante delle esportazioni, mentre l’import è rimasto stabile. Complessivamente dal principio del 2025 abbiamo avuto un +12 per cento di container. E per il mese di agosto prevediamo di aumentare ancora del 15 per cento. Il terminal ha caratteristiche di attività per conto terzi e di indipendenza spiccate che permettono di attirare qualunque compagnia. Il porto di Salerno ha uno dei più alti indici di connettività. Ha 22-23 approdi full container a settimana. Registriamo una crescita dell’export dei prodotti dell’Italia meridionale, guardiamo che cosa comporteranno i dazi degli Stati Uniti, ma penso che il livello del 15 per cento pur doloroso sia sostenibile e non dovrebbe cambiare il trend».

Che momento è questo per fare impresa in Italia meridionale?

«Il nostro quartier generale rimane a Salerno, anche se abbiamo sedi in Italia e all’estero. La nostra attività logistica è sempre meno “salernocentrica”, ma il terminal rimane un punto di riferimento per l’industria del centro-sud Italia. Quest’anno prevediamo di toccare i 420mila teu. C’è consapevolezza che un porto è l’anello forte della catena logistica per le aziende che esportano nel resto del mondo. Pur avendo dimensioni più limitate rispetto a altri scali del Paese, il terminal ha avuto una grande importanza per l’economia. Anche se siamo più lontani dai mercati del centro Europa, via mare è più facile raggiungere i mercati oltre oceano. I noli, che si parta da Genova, da Napoli o da Salerno verso New York sono uguali. Inoltre le risorse umane offerte dal territorio sono molto qualificate».

Quanto pesano i tre ambiti all’interno del gruppo?

«La logistica circa 60, il terminal 30 e la Marina 10».

Ci racconti questa esperienza nel turismo.

«Il progetto della Marina di Arechi nasce da un’iniziativa interamente privata. A oggi abbiamo investito 85 milioni di euro senza contributi pubblici. Un’operazione molto importante, che mostra come la portualità turistica possa essere sostenuta da capitale privato».

Qual è la ricetta per avere successo in questo settore?

«Una marina deve avere una capacità giusta, Marina di Arechi ha quasi mille posti barca, offrire qualità ed essere al servizio di un’area del Paese attrattiva: a Salerno serviamo perle come la costiera amalfitana, Capri, Ischia, che sono attrattori nautici forti. Attualmente siamo sold out, non abbiamo posti disponibili. Il numero dei mega yacht cresce moltissimo, quest’anno finora ne abbiamo ospitati 250, il 30 per cento in più dell’anno scorso. Alla fine della stagione saranno 5-600, tutto turismo internazionale. I nostri clienti sono al 48 per cento nautica di residenti, ma molti arrivano da Roma, dal Nord Italia e dall’Europa e da giugno a ottobre i mega yacht».

Il porto di Salerno è all’interno della Zes. Per il vostro gruppo è un fattore importante?

«La Zes è uno strumento molto importante. Già da prima della creazione di quella unica del Sud Italia c’era quella legata al porto internazionale, con l’area industriale legata al credito d’imposta: i finanziamenti sono cioè legati agli investimenti fatti, non vengono riconosciuti a fondo perduto. La prima intuizione è stata quella di far crescere la zona intorno ai porti internazionali, favorendo un’industrializzazione proiettata verso il mercato internazionale. Ma l’impostazione precedente aveva un limite, perché un’industria al di fuori dell’area Zes aveva uno svantaggio competitivo. Con quella unica si è allargata l’area di riferimento, pur mantenendo il legame con i porti internazionali. Mi auguro che nel tempo venga confermata, in una visione di mercato internazionale che evolve. La politica dei dazi indurrà le imprese italiane che guardavano agli Stati Uniti a guardare verso altri mercati. Attualmente c’è la crisi del Mar Rosso, ma le imprese del Sud Italia stanno già spostando la loro attenzione verso il Far East».

Che cosa pensa delle incertezze nelle nomine ai vertici delle Autorità di sistema portuale, compresa quella della Campania?

«La Marina di Arechi è al di fuori della competenza dell’Authority, è una concessione regionale. Ma il tema è importante. Non va bene che spesso non ci sia continuità nella governance e che ci siano tempi lunghi per le nomine. C’è una disattenzione della politica per il ruolo della componente pubblica nello sviluppo economico, che rimane a trazione privata. Adesso siamo in attesa del presidente. Devo dire che non sentiamo ancora un impatto diretto perché l’attività che è stata impostata dal presidente la sta svolgendo lui stesso in veste di commissario, assieme allo stesso segretario generale, in particolare per gli investimenti del Pnrr. Per quanto riguarda il futuro, è importante che ci sia professionalità e conoscenza del settore, in modo che non occorra troppo tempo per l’inserimento».