«La politica dovrebbe rispondere a domande essenziali sul ruolo dei porti nello sviluppo del Paese, sul legame tra logistica e industria e sulle capacità della riforma di diventare una leva concreta di competitività nazionale». Salvatore Avena, segretario generale delle associazioni portuali spezzine, si dice favorevole alla riforma ma precisa: «Prima di intervenire sugli assetti, occorre chiarire l’obiettivo pubblico da perseguire».
In una lunga riflessione sulla questione, Avena ha idealmente posto sette domande al mondo della politica. Competitività dei porti, risultati, indicatori obsoleti, e ancora infrastrutture digitali, processi decisionali e industria nazionale: sono questi i temi principali del suo intervento. «La competizione internazionale non aspetta i tempi del confronto interno e non premia assetti istituzionali che non producono risultati concreti – aggiunge –. Abbiamo visto che il vantaggio geografico, da solo, non basta più: il porto è ormai il primo nodo di una catena logistica complessa». La merce arriva e parte via mare, attraversa terminal e controlli doganali fino a raggiungere le imprese. Per Avena sono passaggi solo apparentemente ovvi: «Non possiamo permettere che uno si inceppi: il rallentamento non penalizza il porto, già con costi rilevanti in termini di inefficienza, ma indebolisce la competitività dell’intero sistema produttivo».
Il segretario generale delle associazioni portuali spezzine comincia dalla competitività dei porti: «Il problema della portualità italiana non risiede soltanto nell’eccesso di regole o livelli decisionali, ma nel continuare a governare una parte della catena come se coincidesse con l’intero sistema. La riforma dovrebbe quindi spostare il baricentro dal porto alla catena logistica, dalla banchina al corridoio, dall’infrastruttura alla rete e dalla gestione dei traffici a quella dei flussi». Questo, aggiunge, «ridefinisce anche il ruolo dell’Autorità di Sistema Portuale: non più soltanto autorità del porto, ma soggetto capace di coordinare il sistema logistico che dallo scalo si estende al territorio». Il punto, spiega, non è «aggiungere governance», ma «ridurre la frammentazione e chiarire chi decide, chi esegue e chi risponde dei risultati». In sostanza: «Servono decisioni più rapide e responsabilità definite. Il vero equilibrio non è tra centralizzazione e autonomia, ma tra autonomia e responsabilità».
La riflessione prosegue sugli indicatori che misurano la portualità. Secondo Avena, teu e tonnellate restano utili ma non bastano. «Per un’impresa contano tempi, costi, affidabilità dei collegamenti e prevedibilità delle procedure – dice -. Il vero prodotto di un porto non è il container movimentato: il prodotto è il vantaggio competitivo che genera per l’impresa». Un ragionamento che non può prescindere dalla digitalizzazione degli scali: «Banchine, gru, fondali, strade e ferrovie restano essenziali. Ma oggi è altrettanto decisiva l’infrastruttura digitale. Terminal, Dogana, organi di controllo, ferrovia, autotrasporto, retroporto e imprese devono parlare lo stesso linguaggio, scambiando dati tempestivi e affidabili».
La riforma portuale, dice, «si misura qui, nella capacità di accelerare le decisioni, non solo di ridisegnare le competenze». La ricetta di Avenza è chiara: «Deve garantire procedure più semplice, tempi certi e maggiore competitività per imprese e territori. Il rischio è aggiungere un nuovo livello decisionale senza rimuovere quelli che già rallentano il sistema».
L’ultima domanda, per il segretario delle associazioni portuali spezzine, le riassume tutte: «Vogliamo limitarci a riformare le Autorità di Sistema Portuale o costruire un sistema logistico-industriale capace di competere nel Mediterraneo e in Europa?». L’obiettivo, conclude, deve essere chiaro: «Ridurre tempi, costi e incertezze tra la merce e il mercato. Solo così i porti diventeranno leve di crescita e nodi strategici di una piattaforma nazionale capace di collegare mare, industria e mercati».