Ciucci (Ance): “Caro materiali, per le infrastrutture soluzioni inadeguate. Con le guerre servono nuovi strumenti”

Il presidente dei costruttori edili parla di extracosti, ma anche delle riforma delle banchine: "Porti d’Italia? Bene la cabina di regia, ma il mercato va salvaguardato"

L'abbattimento del diaframma di una galleria del Terzo Valico (foto d'archivio)

Ultimo aggiornamento 10 settembre 2026 - 20:36

Riforma della governance e extracosti sono al centro del dibattito sullo sviluppo portuale. La riforma riguarda la governance del sistema, ma uno degli obiettivi è rendere più efficiente l’iter di realizzazione delle grandi infrastrutture nazionali. Ance, l’ associazione dei costruttori edili, è un interlocutore del legislatore su questo fronte e il presidente Antonio Ciucci analizza il problema extra costi delle opere e i contenuti della riforma che il governo sta portando avanti.

Antonio Ciucci

Condividete l’esigenza di intervenire sul settore delle grandi infrastrutture di trasporto marittimo?

«Concordiamo sull’importanza di avviare un intervento anche in questo comparto. Le infrastrutture, infatti, non possono essere considerate singolarmente: sono parte di un sistema fortemente interconnesso, nel quale strade, ferrovie e collegamenti logistici devono funzionare in modo coordinato e efficiente per spingere la crescita e la competitività di tutto il sistema economico. Nel caso dei porti è importante rafforzare la capacità di programmazione e coordinamento degli interventi, che oggi risultano spesso troppo frammentati. Questo permetterebbe di rispondere meglio alle effettive esigenze del sistema logistico e di utilizzare più efficacemente le risorse».

Lo strumento a cui si sta lavorando con la riforma è sufficiente per affrontare queste esigenze?

«La riforma dei porti è un’occasione per rilanciare infrastrutture strategiche per il Paese e per incentivare la crescita dei territori e delle imprese. Si sta andando nella direzione giusta anche grazie al ricorso all’Accordo di programma, uno strumento già utilizzato nel settore stradale e ferroviario con Anas e Rfi. Ma servono alcuni accorgimenti».

Serve una regia nazionale? Con quali obiettivi?

«Una regia nazionale consentirebbe di mettere ordine nella programmazione e dare una direzione comune agli investimenti. L’istituzione di Porti d’Italia spa, prevista dalla riforma, può essere quindi un elemento positivo, ma a condizione che il mercato resti salvaguardato. Porti d’Italia spa dovrebbe operare come soggetto attuatore per gli interventi che richiedono una regia unitaria, senza realizzare direttamente le opere né affidandole in via preferenziale a società controllate o collegate. Il principio è e deve restare apertura al mercato attraverso procedure trasparenti e concorrenziali».

Non c’è il rischio di tagliare fuori i territori?

«Le Autorità di sistema portuale non vanno indebolite, perché rappresentano un presidio fondamentale di conoscenza dei territori, delle esigenze operative dei singoli porti e delle comunità economiche locali. Serve il giusto equilibrio, tenendo conto che il sistema portuale non si compone solo di grandi opere, ma anche di molti interventi diffusi di dimensioni ridotte».

Cambiamento climatico, digitalizzazione, Intelligenza artificiale hanno un impatto nella gestione delle infrastrutture: come li affronta la riforma?

«Sono questioni ormai imprescindibili in ogni settore e destinate a incidere sempre più profondamente sui processi produttivi. Anche il sistema portuale deve tenerne conto, puntare sull’adattamento e cogliere le opportunità dell’innovazione. Non a caso il disegno di legge di riforma pone attenzione ai temi ambientali e della sostenibilità, in particolare con l’obiettivo di favorire il recupero e il riutilizzo dei materiali, in una logica di economia circolare. Ma siamo perplessi su alcune rigidità degli adempimenti che rischiano di rallentare proprio quegli interventi che la riforma vuole snellire».

Come incide il tema degli extracosti?

«Quello del caro materiali è un problema che ci portiamo dietro dallo scoppio della guerra in Ucraina. Con l’aggiunta della crisi di Hormuz la spirale dei prezzi è ormai fuori controllo e le imprese sono in sofferenza perché aspettano ancora di ricevere 2 miliardi di ristori del decreto aiuti per il 2024 e 2025, a cui se ne aggiungono circa 1,8 per coprire gli extracosti nel 2026, ed è solo una stima. Chiaramente le tensioni sui materiali si trasferiscono a cascata su tutto e questo vale anche nel caso delle opere portuali. E’ indispensabile trovare in tempi rapidi le risorse che mancano. Mentre per il futuro bisognerà individuare nuove soluzioni per far fronte ai rincari, perché gli strumenti che abbiamo funzionano solo in tempi di pace».