Genova – La Riforma dei porti è destinata a cambiare in profondità il sistema di governo del settore, ma come è stato premesso dal viceministro ai Trasporti, Edoardo Rixi, e dal presidente della Commissione Trasporti alla Camera, Salvatore Deidda, il testo del disegno di legge proposto dal governo è destinato al dibattito e a un’ulteriore revisione, con l’auspicio che sia la più condivisa possibile.
Nelle 622 proposte contenute nella bozza degli emendamenti, le forze politiche anticipano la loro visione in vista del dibattito del mese prossimo, comunque a valle della prima scrematura determinata dalla verifica di ammissibilità.
Sbirciando la bozza, vale la pena provare a intuire come sarà impostato il dialogo su almeno tre temi della Riforma che hanno fatto titolo in questi mesi: la natura della Porti d’Italia SpA – ossia la società incaricata di progettare e realizzare le opere strategiche nei porti, individuate mediante un Accordo di programma ad hoc – e il reperimento delle risorse economiche così come del personale destinato al suo funzionamento.
La SpA e i privati
Qui il ventaglio va dall’opzione zero (intesa proprio come esistenza stessa della SpA) a qualche apertura. Pd, M5S e Avs infatti propongono in prima battuta la soppressione dell’articolo 9 del disegno di legge che istituisce appunto la Porti SpA. Il Pd va oltre, e propone in luogo della SpA una struttura di raccordo tra la Conferenza nazionale di coordinamento delle Autorità di sistema portuali e il ministero dei Trasporti (il “Segretariato tecnico”) e, per mantenere le funzioni ipotizzate per la SpA su eventuali attività all’estero, punta a introdurre un “Ente nazionale per l’internazionalizzazione del sistema portuale italiano”.
A questa proposta più radicale, la principale forza d’opposizione affianca insieme agli altri partiti di minoranza una serie di formule tese a blindare la natura esclusivamente pubblica della Porti SpA (che nel ddl è società controllata dal ministero dell’Economia d’intesa con quello dei Trasporti).
Anche la maggioranza condivide emendamenti orientati in questo senso, benché emergano due proposte, una della Lega, cioè la forza politica titolare del ministero dei Trasporti, e l’altra di Forza Italia, che potrebbero aprire a una possibile partecipazione di soggetti diversi dallo Stato. Fermo restando che il controllo della SpA deve rimanere pubblico, per la Lega eventuali operazioni di cessione delle quote o aumenti di capitale con l’ingresso di soggetti «diversi dalle amministrazioni pubbliche o società a controllo pubblico» sono consentiti solo su espressa previsione di legge.
Per Forza Italia, il governo può chiedere la cessione di quote o l’ingresso nel capitale di soggetti diversi dallo Stato previa una procedura che deve passare anche per le commissioni parlamentari competenti, che si devono esprimere a maggioranza assoluta. Al capitale sociale della Porti SpA (10 milioni di euro, cifra sulla quale la bozza non registra obiezioni) il Pd suggerisce invece una partecipazione non sotto al 5% dei Comuni compresi «nella Rete italiana della portualità» così come indicata dal ddl: in pratica, i Comuni interessati dalla presenza di porti.
I fondi per la società…
Con un organico previsto di 150 persone attinte nel caso anche da altre amministrazioni, l’obiettivo della Porti SpA è progettare e realizzare (in Italia) le infrastrutture strategiche dei porti sulla base, come si diceva, di una concessione e un Accordo di programma, e attraverso una struttura separata progettare e costruire opere concorrendo sul libero mercato, in Italia e all’estero.
Il disegno di legge del governo prevede l’istituzione di due fondi: il primo è destinato a finanziare la realizzazione delle infrastrutture strategiche, il secondo il funzionamento della Porti SpA. Nel primo fondo confluiscono le risorse attualmente disponibili al ministero per lo sviluppo delle opere portuali: si tratta quindi del Fondo perequativo del 2006, di quello per le infrastrutture portuali istituito nel 2010, delle risorse per lo shift modale del 2015, della parte competente al Mit del Fondo infrastrutture della Finanziaria 2017 successivamente rimodulato, fino al Piano nazionale degli Investimenti complementari al Pnrr del 2021, che da solo vale oltre 30 miliardi.
Sia questo primo fondo, sia il secondo – ossia quello per il funzionamento della Porti SpA – beneficeranno di risorse derivate da una quota annuale pari a una forbice tra il 15 e il 25% del gettito delle Autorità di sistema portuale. Gettito composto dalle tasse di ancoraggio, da quelle sulle merci sbarcate e imbarcate e dalle tasse per il rilascio delle autorizzazioni alle imprese portuali.
Una misura che non sembra entusiasmare Fratelli d’Italia, se è vero che il principale partito della maggioranza propone la soppressione di questo comma del ddl, e con un altro emendamento ne limita il prelievo al 3%. Forza Italia propone una forbice tra il 5 e il 10%, oppure fino al 15% ma derivato da avanzi di amministrazione, economie realizzate dall’ente e comunque senza erodere risorse ai finanziamenti di opere o spese già programmate. Il Pd propone una quota tra 5 e 7% escludendo che il prelievo possa andare a detrimento dei fondi che le Adsp destinano ogni anno al sostegno delle compagnie dei lavoratori portuali (in gergo, il “15bis”).
…e gli organici
M5S, Avs e Pd chiedono anche la soppressione dell’articolo del ddl che riguarda i lavoratori portuali, che contiene il famoso prelievo di personale dalle Autorità portuali in favore della Porti SpA. In alternativa, le forze di opposizione ne propongono una mitigazione (da un restrittivo 10% all’entrata in vigore della legge fino alla fine dell’anno, a un più esteso 15%) ma anche la maggioranza pone dei caveat.
Per la Lega, il trasferimento «può essere» autorizzato, ma non è quindi automatico, mentre per FdI i trasferimenti non possono pregiudicare l’attività operativa delle Autorità portuali e devono essere subordinati a un piano di reintegro o sostituzione anche mediante procedure straordinarie autorizzate dal Mit.